Arrivederci (speriamo) grande Australia

13 Giugno 2015
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Ciao Amici,

ebbene sì, ecco l’ultimo articolo australiano di questo blog iniziato per gioco. L’ultimo pezzo di viaggio in questo incredibile paese, l’ultimo attimo di riflessione che mi piace regalarvi, seduta in un letto di ostello a Sydney.

Se penso che stiamo per andarcene ancora non ci credo. 
Per Mik la cosa è diversa. Lui, molto probabilmente tornerà a settembre per gli ultimi tre mesi di visto per mettere da parte i soldi per l’università che intraprenderà. Ma per me, come diceva Scotti, la scalata verso il milione finisce qui. 
Nulla di così tragico, me ne rendo conto, soprattutto perché la vita di chi viaggia è piena di questi momenti, di arrivi e di partenze. Non fai in tempo a stabilirti nel nuovo habitat che già è ora di ripartire. 
E poi, quando torni non sei mai come quando sei partito. Mai. Impossibile. Se i tuoi occhi vedono così tanto, il tuo cuore si modella, le tue esigenze cambiano, le tue aspettative si ribaltano. Si diventa più grandi a ogni cultura che si vive, più coscienti dei problemi del mondo, della bellezza della diversità. 
Insomma, potrei stare ore a scrivere dei benefici dei viaggi, ma ve lo risparmio. Lo dovreste vivere sulla vostra pelle per capirlo. Non parlo di vacanze di due settimane, in cui si ha giusto il tempo di rilassarsi e vedere un paio di musei, parlo di vivere in un posto diverso da quello in cui si è nati e cresciuti. E non è vero che non tutti possono farlo. Perché chi ha scelto di lavorare a casa lo ha scelto, chi non ha soldi non deve aver timore perché si lavora anche all’estero. 

Parlo ora personalmente, per chi spesso mi chiede come faccio a girare così tanto senza fermarmi mai. I miei genitori e mio fratello mi hanno sempre sostenuto in tutte le mie scelte, hanno creduto in me. E questo è forse l’aiuto più grande di cui si può aver bisogno nella vita. I soldi, quelli li ho sempre guadagnati da sola, come moltissimi altri ragazzi. Solo che è una questione di priorità: con i primi 300 euro guadagnati al ristorante, a 15 anni, non ho scelto di comprarmi un paio di scarpe, ma un biglietto aereo. Certo, è una vita fatta un po’ di rinunce, soprattutto quando si è studente, ma per me un viaggio voleva dire sempre più di altre cose. Ripeto, è una questione di priorità. Non si tratta di giusto o sbagliato, ma di priorità.

E anche questo viaggio è partito così. Mi sono laureata a Marzo, Mik si è laureato poco dopo. Nel frattempo ho lavorato in Italia per 7 mesi circa, mi sono messa da parte i soldi, ho comprato il volo e siamo partiti. Appena arrivati, se ben vi ricordate, abbiamo cercato lavoro e dopo cinque giorni eravamo tutti e due all’opera. 
Poi da cosa nasce cosa, si progetta il viaggio passo dopo passo, aggiungendo tappe ed eliminandone altre. Ed è così che è andata a noi.
Siamo partiti da Perth mettendo da parte soldi, abbiamo comprato un van, abbiamo attraversato un continente visitando città, spiagge, parchi e meraviglie della natura. Il piano di lavorare in fattoria non ha funzionato: pochi soldi per quello che ci aspettava. 
Allora la testa, e forse un po’ anche il destino, ci hanno fatto arrivare a Melbourne. E lì altra vita, altri amici, due mesi di lavoro per riempire di nuovo il portafoglio, poi eccoci a Sydney ed ora l’Asia ci aspetta. Il progetto era Malesia, Tailandia e Vietnam ma, anche in questo caso, abbiamo dovuto modificarlo. Non ci saranno spazio né soldi per il Vietnam (anche se ancora è tutto da vedere).
Questo è stato il nostro viaggio in parole povere. Abbiamo vissuto e costruito la cosa giorno dopo giorno. 

Ricordo ancora quel primo dicembre come fosse ieri. Prima di partire avevo pianto tanto. Questo sarebbe stato il mio primo grande viaggio oltreoceano, dall’altra parte del mondo. Un viaggio che progettavo da ormai più di due anni. Avevo pianto perché per me, dopo Trieste, era stato molto difficile riambientarmi a casa. E ora che ce l’avevo finalmente fatta, mi ritrovavo a ripartire, a lasciare le amicizie consolidate e riconfermate con fatica, la sensazione di stabilità dimenticata da tempo. 
I dieci giorni in ospedale, ad aprile, mi avevano terrorizzato. Era così vero che non ero mai stata in grado di ascoltare il mio corpo a tal punto da rischiare grosso? Cosa avevo fatto in tutti quegli anni di studio matto e disperatissimo e corse in giro per il mondo? Cosa avevo perso e cosa potevo recuperare? Perché ero così diversa dai miei amici con cui non riuscivo a parlare come facevo con i miei colleghi universitari? Le domande in quei sei mesi erano tante e le risposte me le sono sudate. La più ovvia, forse, era che non c’era da avere paura. Avevo vissuto tanti anni lontana da tutto e tutti, la mia passione per lo studio e il mio difetto di non volermi mai accontentare mi avevano portato spesso a dare troppa importanza ai libri invece che al mio benessere. Tornando a casa ho capito che c’erano molte cose da rivedere e che avrei dovuto cominciare a vivere con più calma. Poi, però, il nuovo viaggio già pianificato. In un certo senso era come smuovere di nuovo le acque che si erano appena calmate.

Ho pianto tanto, lo ripeto, ho pianto anche in aereo, in ostello quando sono arrivata e a volte anche in camera quando era ormai passato già un mese. Non mi vergogno a dirvi che ho pianto e sono stata male a volte, perché ogni nuova realtà comporta sacrifici, soprattutto quando ci si deve ambientare e tutto è così diverso e casa è così lontana. Fa fatica, ma poi il viaggio ti ripaga e lo fa con gli interessi.

Ricordo ancora quel primo dicembre. Avevo pianto tanto prima di partire e sull’aereo e avevamo lasciato alle spalle un’Italia addormentata ai primi freddi invernali per arrivare in una Perth, invece, ai primi soli d’estate e con gente in infradito. La sensazione che avevo provato è indimenticabile: ero sconcertata. La città non mi piaceva, mi sentivo senza forze, non avevo nessun tipo di voglia di andare in giro con i curricula in mano e ricominciare a lavorare nel tanto odiato settore della ristorazione e la gente parlava un accento inglese così forte e diverso da farmi pensare di avere sprecato cinque anni di università. Insomma, non ero nello spirito di ‘evviva farò un viaggio da paura!’ quanto piuttosto in quello del ‘che sega, ci risiamo, mannaggia a te, Marta, che non hai pace’.
Poi, però, tutto ha iniziato a inserirsi nella casella giusta. La routine del lavoro, il caldo estivo, gli amici dell’ostello, quelli conosciuti in giro, i tanti soldi guadagnati con cui potevi permetterti una vita quasi da nababbo, la consapevolezza che stavo vivendo una cosa tanto grande… tutto è tornato al suo posto e le acque si sono calmate di nuovo, come per magia.

A questa Australia devo tantissimo. Dopo sette mesi, se dovessi provare a dare un giudizio, sarebbe questo: gli australiani sono un bel popolo, un incrocio fra americani, inglesi e i contadini. Sempre disponibili, molto aperti a tutte le culture del mondo e consapevoli dell’importanza della natura. Soprattutto, consapevoli di essere dall’altra parte del mondo e in un posto terribilmente diverso da tutti gli altri, quindi il più delle volte rispettosi nei confronti di chi si dimostra curioso nei confronti del loro mondo. 
Purtroppo, non abbiamo visitato tutti gli stati australiani ma solo il Western Australia, il South Australia, il Victoria e il New South Wales. Ci mancano la Tasmania, il Capital Territory, il Queensland e il Northern Territory. Di quelli che abbiamo visitato noi, posso affermare con tutta tranquillità che a livello paesaggistico il numero uno è il Western Australia, ovvero il grandissimo stato che ricopre tutta la costa occidentale australiana, con Perth capitale. Al secondo posto c’è il South Australia con Adelaide, Kangaroo Island e tanti posti eccezionali. E poi il resto è tutto molto simile, molto più popolato e a stampo europeo. 

Che dire di Sydney, il posto in cui mi trovo ora? Bellissima e grandissima. L’Opera House merita a tutti gli effetti di essere considerata simbolo dell’Australia. Comunque, resta una città. E dopo avere attraversato il continente ho capito che l’Australia non sono queste quattro città, ma tutta la natura, la flora e la fauna che la popolano incontrastati. Non pensate MAI di intraprendere un viaggio in Australia viaggiando di città in città in aereo. Altrimenti non potrete dire di essere stati qui. Questo è quello che penso. 

Vivere è molto più semplice che da noi, si guadagna molto di più e, sì, si spende anche di più ma non così tanto come tutti pensano. Si è molto più vicini a mete paradisiache come l’Indonesia, le Fiji, la Nuova Caledonia e tutta l’Asia. Con i soldi che si guadagnano qui in un mese si potrebbe vivere in Asia quattro mesi. 

Per i giovani come noi, questi sono gli anni dei viaggi in Australia e in Sudamerica. Qui troverete tantissimi backpacker europei con cui rimarrete, molto probabilmente, amici per tutta la vita. Ma non solo, abbiamo conosciuto tantissimi asiatici, soprattutto coreani e di Hong Kong. Gente meravigliosa, con lo stesso nostro senso della famiglia e dell’ospitalità, con uno spirito di condivisione mai visto prima e un rispetto nei confronti del prossimo che dovremmo avere un po’ tutti. 

A questa Australia devo, anzi dobbiamo, tantissimo. 

Con i miei articoli spero di essere riuscita, Amici miei, a mantenere con voi quella vicinanza che tanto avevo paura di perdere. Perché siete le mie radici ed è con voi che voglio viaggiare, se non fisicamente, almeno col cuore.

Il mio blog continuerà ancora per il prossimo mese asiatico e con i prossimi viaggi che ho in programma. Per ora, salutiamo insieme la grande mamma Australia che ci ha accolto a braccia aperte e di cui avremo sempre tanto rispetto.

Concludo così questo lungo articolo un po’ riflessivo, un po’ amaro e un po’ bello: nulla accade per caso. E il destino ha voluto che, prima di partire per la Malesia, rivedessimo Davide qui a Sydney. Anche lui ha affrontato un viaggio di quasi otto mesi ma siamo stati sempre in posti diversi, quindi lontani. Il destino ha voluto che ci riabbracciassimo. Lui, quando ci ha visti, ci ha stretto forte e ha pianto. Noi, piangiamo ora nel vederlo così cambiato. In meglio, ovviamente. 
Parlo di destino perché forse questo è il senso di tutto il nostro viaggio: crescere come ha fatto lui. Dave, sei più bello, più grande e più maturo e sono fiera di avere un amico così!

Ciao Perth,

ciao Melbourne,

ciao Sydney,

ciao amici di tutto il mondo,

ciao terra incontaminata,

ciao accento divertente,

ciao grandi avventure a testa in giù,

ciao Australia!

Arrivederci (speriamo),


Marta

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Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

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