Un tuffo indonesiano

10 Marzo 2015
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Ciao Amici,

purtroppo già di ritorno da un viaggio strepitoso. Il problema è: come si può descrivere una settimana di colori, culture, religioni, lingue, persone e sensazioni indonesiane in un solo articolo?

La risposta è semplice. Non si può. Ma ce la metterò tutta per darvi un’idea di quel paradiso che abbiamo avuto la fortuna di visitare.

Per chi non lo sapesse, l’Indonesia è geograficamente collocata al tropico. Dunque, esistono solo due stagioni: quella della pioggia e quella secca. Noi siamo andati durante la stagione della pioggia e purtroppo è piovuto proprio mentre ci trovavamo nelle Gili Islands, isolette piccolissime e paradisiache. Perfette per il relax. Ma non fa niente perché è stato meraviglioso lo stesso.

Lo stato indonesiano è composto da circa 17.000 isole, quindi capirete da soli che per fare un vero giro dell’Indonesia non basterebbero tre mesi. Noi ci siamo concessi due giorni di Bali, due giorni di Lombok e 3 giorni di isole Gili.

Ogni isola ha tradizioni e culture differenti, così come lingue differenti. Ma tutti gli abitanti sanno parlare l’indonesiano standard e fra di loro si capiscono. Cosa sorprendente, tutti, anche i più poveri e gli abitanti delle zone più remote, parlano inglese e lo fanno discretamente bene. Non abbiamo avuto problemi per tutto il viaggio.

Riguardo la situazione economica, l’Indonesia è uno stato molto povero. Gli abitanti vivono in casupole di bambù, camminano regolarmente scalzi, si lavano nei fiumi o in mare (raramente trovi posti in cui alloggiare che forniscono acqua potabile) e sono tantissimi. Sembra che l’Indonesia sia il terzo paese per densità di popolazione, dopo Cina e India.

La cosa che più colpisce appena si arriva è l’uso dei motorini. In pratica, motorino sta a Indonesia come bicicletta sta ad Amsterdam. Tutti rigorosamente senza casco, in tre o a volte anche in 4. Genitori con bambini in piedi, bambini in mezzo, bambini di traverso. Insomma tutti sopra al motorino. La guida è inglese, quindi si tiene la sinistra, ma i motorini sorpassano dove vogliono e si danno la precedenza come e quando vogliono. Non so se sia un caso ma in otto giorni non ho visto nemmeno un incidente. Credo che nella loro confusione gli indonesiani si capiscano alla perfezione.

Passando per le strade, la prima sensazione che si ha è quella di un popolo povero ma felice. Sempre cordiali, pronti ad aiutarti e soprattutto molto scaltri, gli indonesiani sono persone molto gentili che sanno come sfruttare il turismo massiccio che c’è tutto l’anno.

Soprattutto perché la loro moneta, la rupia indonesiana, vale pochissimo rispetto a dollari australiani, americani o euro. Per farvi capire: un dollaro australiano coincide in linea di massima con 10.000 rupie. Il costo medio di un pasto per turisti è 2.300 rupie (2,3 dollari australiani o circa due euro), il costo di una notte in albergo in due persone (chiaramente dipende dall’albergo ma sto parlando di alberghi buoni e di un certo standard) varia dalle 250.000 alle 400.000 rupie, cioè dai 25 ai 40 dollari, cioè dai 13 ai 20 dollari a testa inclusa colazione. Prezzi che noi paghiamo in ostello in camerate da 10 persone. Insomma, per un turista occidentale l’Indonesia è superconveniente. Anche per questo motivo ci siamo concessi 4 massaggi a testa della durata di un’ora ciascuno. Ogni massaggio costava circa 10 euro!

Passiamo alla religione. Le due religioni principali sono quella hindu e quella musulmana. L’isola di Bali è famosa per i suoi meravigliosi tempi hindu mentre Lombok, ad esempio, è quasi interamente musulmana. Inoltre, esistono anche minorità protestanti. Tutti convivono pacificamente, nonostante quattro volte al giorno, ovunque ci si trovi, l’urlo del megafono delle moschee si faccia sentire forte e chiaro.

Con queste premesse, vi descrivo brevemente la nostra avventura.

Arrivati il primo giorno alle 9 di sera, Giacomo ci è venuto a prendere in aeroporto con degli amici indonesiani conosciuti giorni prima. Con 500.000 rupie (per 3 persone, circa 40 euro) ci hanno accompagnato nell’albergo che avevamo prenotato ad Ubud, a 2 ore di distanza.

Il giorno seguente abbiamo visitato la splendida Ubud, città nell’isola di Bali. Con l’aiuto di una guida, un ragazzo indonesiano che ci ha scarrozzato tutto il giorno sempre al prezzo di 40 euro diviso tre, abbiamo visitato un tempio hindu, la foresta delle scimmie, l’artigianato del legno, l’artigianato dell’argento, le risaie e il vulcano Batur. 

Ah già, dimenticavo. Tutte le isole indonesiane sono di origine vulcanica, dunque immaginate un paesaggio abbastanza montuoso e tropicale, vale a dire colmo di palme e vegetazione, tanto da non vedere praticamente mai un pezzo di terreno piano.

Il secondo giorno ci siamo spostati nell’isola di Lombok, dove abbiamo visitato altri due tempi e ci siamo un po’ rilassati in hotel.

Altra parentesi, la cucina indonesiana è buonissima! Si mangia di tutto, dal pesce alla carne. E i loro piatti tipici prevedono sempre riso e molte spezie, salsa di noccioline, cocco e frutta. Buonissimi i succhi preparati rigorosamente con frutta fresca: banane, ananas, cocomeri, papaye, mango, jack fruit e molto altro.

Ah si, devo parlarvi anche del preziosissimo caffè del luwak. So che da qualche parte lo si può trovare anche in Italia. Si tratta di un caffè pregiatissimo in quanto proveniente da un piccolo animaletto chiamato appunto luwak. Come funziona? Il luwak si nutre di chicchi di caffè, ma non di tutti. Questo curioso animaletto seleziona solo ed esclusivamente i chicchi più buoni, togliendo la buccia e mangiandone la parte interna. I contadini in giro per la foresta raccolgono le feci dell’animaletto. Quello che succede, poi, è molto semplice: la cacca viene fatta essiccare e pulita, i chicchi vengono privati della loro parte esterna e macinati come un normale chicco di caffè. La polvere viene setacciata ed ecco pronto il caffè indonesiano. Lo so, starete pensando che fa abbastanza schifo bere un caffè che proviene dalle feci di un sorcetto. Ma non dovete immaginare che si beve direttamente quello che l’animaletto ‘rilascia’. La buccia che è stata a contatto con il ventre del luwak si elimina, il processo è lungo e il caffè è buo-nis-si-mo.

Chiusa parentesi cibo e caffè, il terzo giorno è stato davvero entusiasmante. Con un’altra guida del posto, siamo andati a fare il tour delle cascate nella giungla di Lombok. Abbiamo camminato due ore in mezzo a tutto quel verde, in mezzo a scimmie e serpenti e liane e molto altro, per raggiungere due cascate maestose immerse nella giungla. In una delle cascate abbiamo anche fatto il bagno… è stato davvero emozionante!

Nei tre giorni seguenti siamo stati nelle isole Gili. Non ci sono molte parole per descrivere questi posti. Io direi semplicemente paradiso. Il nulla. Silenzio, casette di bambù, acqua cristallina e sabbia bianca. Come vi ho già accennato, purtroppo è piovuto per tutti e tre i giorni. Ma le piogge, seppur costanti, sono state sempre deboli, quindi era possibile fare passeggiate o rilassarsi. La cosa più bella di tutte e tre le isole Gili, per me, è la totale assenza di mezzi di trasporto a motore. Come ci si sposta? A piedi, ovviamente, oppure in ‘calesse’, meglio descrivibile come carretto scassato trainato da cavalli che somigliano a un incrocio fra pony e asini. Una vera e propria avventura! E’ stato alle isole Gili che abbiamo fatto snorkeling ammirando la barriera corallina, tantissimi pesci, minuscole meduse fastidiosissime ma soprattutto tante tartarughe marine!

Infine, prima di riprendere l’aereo, siamo tornati a Bali, stavolta al sud, nella città di Nusa Dua. Solita guida, abbiamo visitato un tempio mozzafiato che si trova sul mare ma a 70 metri di altezza dall’oceano, dunque su una roccia. Veramente indescrivibile.

Ci sarebbero tante cose da aggiungere, ma non basterebbero dieci pagine di racconto.

Quello che posso dirvi è che, come ogni volta, ho cercato di vivere il posto e la gente evitando di fare troppo la vita da turista. Ho cercato di parlare molto con le persone, ho chiesto dove vivessero, che lavoro facessero, quanto guadagnassero, se avessero una famiglia, se fossero hindu o musulmani, ho chiesto consigli e mi sono fidata di loro. Il risultato è stato sorprendente. Mi piace il loro modo di affrontare la vita, profondamente legati al karma, mai oziosi ma sempre operativi. Poi si sa, la povertà è terreno fertile per l’arte, la creatività, per un modo di affrontare la vita sempre positivo. Perché chi non ha niente, in qualche modo si accontenta di ciò che ha e ringrazia il suo dio ogni giorno. 

In conclusione, mi sono piaciuti i luoghi che ho visitato e mi è piaciuta la gente. E poi io… io amo il cocco, il legno e le case etniche, i succhi di frutta, le spiagge bianche e il mare. Come sarebbe potuto non piacermi questo viaggio?

Ecco quanto, amici. Domani partiremo in direzione Adelaide. Prima tappa: Margaret River, a tre orette di macchina da Perth. Seguiteci sulla mappa alla destra del blog. Spero veramente di potervi aggiornare di tanto in tanto ma dipenderà molto dalla connessione e dal posto in cui ci troveremo.

Per ora, un abbraccio grande! 

ps. metterò le foto su facebook, perché sono davvero tante!

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Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

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