Progetti e caffè

18 Gennaio 2015
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Liebe Freunde,

eccoci qui. Un mese e mezzo è già passato e la nostra esperienza procede alla meraviglia. Purtroppo c’è ancora da aspettare un po’ per la parte avventurosa del viaggio, ma ci stiamo iniziando ad organizzare!

 Proprio così: tra consigli di amici e guida Lonely Planet stiamo selezionando i posti in cui ci fermeremo nel nostro tragitto per Adelaide. Ancora è tutto da decidere, ovviamente, ma l’idea è quella di concederci almeno 15 giorni per attraversare la costa sudoccidentale, fermandoci nei posti che riterremo più interessanti. 

Mik si sta già adoperando, da bravo ometto, per l’acquisto del nostro van. Trattandosi di mezzi vecchissimi e con tantissimi chilometri, che hanno già fatto il giro del continente almeno due volte guidati da backpacker in viaggio-vacanza come noi, non è semplice acquistare quello giusto. Rischiamo, infatti, di spendere 5000 dollari per un camper in grado di abbandonarci poco dopo. Dunque, Mik sta iniziando a prendere appuntamenti per andare a vedere questi bolidi, farsi un’idea e poi decidere. Io, stavolta, giuro, non metterò becco!

I preparativi per il nostro road trip, come vedete, si stanno facendo più consistenti.

La curiosità della settimana, invece, è ancora una volta collegata al mio lavoro. In un mese e mezzo sono passata da cameriera a cassiera (anche se i ruoli non sono fissi, quando c’è bisogno, aiuto anche a portare piatti e quant’altro, ovviamente). Ora è arrivato il momento di passare da cassiera a “coffee maker”. Ebbene si, piano piano mi fanno fare turni alla macchina del caffè. E voi direte, cosa c’è di così emozionante? O meglio, cosa c’è di tanto difficile? Niente, perché tutto si può imparare. In più ho già esperienza con i caffè, avendo lavorato per un anno in un bar. Ma quando pensate alla parola “caffè” in Australia, non siate così riduttivi da pensare che questa funga da mero equivalente alla parola “espresso”. Eh no. E io che pensavo che solo i triestini fossero così pazzi da avere mille nomi e mille tipi di caffè!

Da dove partiamo? Si, dalla base. La schiuma del latte. Quando si monta il latte, non è ammesso il rumore della macchina che strilla. Se strilla, non lo stai montando bene. Dunque ritenta e sarai più fortunato. Una volta che hai imparato a domare la bestia, comunque, la storia non è finita. Perché la schiuma non deve avere bolle. Se ce l’ha, devi sbattere il contenitore che hai usato fino a farle partire. Ovviamente, c’è una temperatura del latte da rispettare con apposito termometro posto all’interno del contenitore. Ricapitolando: latte silenzioso, con schiuma morbida e compatta, senza bolle e caldo il giusto.

Ora, il cappuccino è una tazza normale che deve essere riempita per un terzo con caffè, un terzo con latte e l’ultimo terzo con la schiuma. La schiuma in cima deve essere gonfia e, se è compatta al punto giusto, il latte non traboccherà quando porti la tazza al cliente. Non dimentichiamo la polvere di cacao sopra il latte. Poi c’è il “flat white”, ovvero il bianco piatto. Che cos’è? Stessa identica cosa del cappuccino, ma piatto, cioè la schiuma è molta di meno e quindi non si rigonfia in cima, e senza cacao (ecco perché white). Poi c’è il “latte”, il nostro caffè latte. In questo caso la schiuma non deve superare un dito di spessore. Passiamo al macchiato. Esiste il macchiato long e short. Quello short è il nostro macchiato caldo, mentre quello long è un caffè lungo con latte. Ora, il 99,9% degli australiani lo vuole “topped up”, cioè riempito fino in cima. Di solito, infatti, dopo il caffè lungo si mette il latte ma solo fino ad un certo punto, invece loro lo vogliono riempito fino in cima (vale a dire: versione ridotta del caffè latte).

Cioccolata calda, espresso e affogato sono come da noi. Poi esiste il “vienna chocolate”, “vienna black” e “vienna white”. Sono rispettivamente cioccolata calda, americano e caffè latte con sopra la crema per dolci. Non dimentichiamoci il “long black”: anche se il nome può sembrare il titolo di un film porno, si tratta di un comune caffè americano, ovverò caffè e acqua bollente. Passiamo ora brevemente ai tè, che dove lavoro io sono tutti in bustina (nella maggior parte dei locali di Perth, invece, sono infusi). 

L’80% dei clienti vuole un english breakfast tea, che si accompagna di solito con un po’ di latte freddo. Ma, secondo voi, lo possono chiamare per nome proprio? Eh no! Se ti chiedono un “black tea” significa che lo vogliono così com’è, senza latte al fianco. Se invece ti chiedono un “white tea”, allora il latte lo vogliono e come. 

A tutte queste tipologie di caffè si accompagnano poi le opzioni che definirei infinite ed ossessive. Non chiedetemi perché, ma la maggior parte dei clienti vuole che il proprio cappuccino o flat white, o chi per loro, venga fatto con latte scremato, ovvero “skim milk”. 

Se ti chiedono uno “skinny cappuccino”, dunque, vuol dire che lo vogliono con il latte scremato. Poi magari si mangiano 10 torte piene di burro e zucchero, ma il latte del caffè lo vogliono scremato. Ok. Oltre allo scremato, c’è il latte senza lattosio e il latte di soia (stessa storia, un soy flat white è un “bianco piatto con latte di soia”). 

Poi ovviamente c’è l’opzione “decaffeinato”, l’unica opzione intelligente. Vi ho già raccontato della storia del “topped up”, e cosa dire dell’”extra hot”? Forse perché hanno paura che il cappuccino non sia caldo abbastanza (nonostante usiamo il termometro), ma molti esigono che sia extra hot, superbollente. A quel punto il latte va montato fino a 90 gradi, novanta. Si, avete capito bene, novanta. Non so come facciano ad avvicinare la bocca alla tazza e non so come possa piacere loro il latte bruciato. In ogni modo, questo è quello che chiedono.

Quindi, tanto per farvi un esempio riepilogativo, capita molto spesso il cliente che ti chiede un “decaf skinny long mac topped up and extra hot”. Prima lo guardi come fosse un alieno, poi respiri, rifletti e annuisci. Poi metabolizzi e alla fine capisci che devi fare un macchiato decaffeinato lungo, riempito fino in cima, con latte di soia e superbollente. Giuro, non sto scherzando. Vi risparmio la lezione sulle bevande fredde, cioè sui vari caffè mischiati al gelato e via dicendo. 

Ecco, questo significa fare la coffee maker in un normalissimo caffè di Perth. Ma non fatevi spaventare dalla descrizione, dopo un po’ diventa tutto automatico, entri nella mente contorta di questa gente e, oltre ad accettare il fatto che caffè non è sinonimo di espresso, impari ben presto a soddisfare ogni richiesta del cliente.

Concludiamo l’articolo con la “gita” settimanale. Non si è trattato di una gita, quanto di una passeggiata in bicicletta lungo il fiume della città. 

Giornata splendida e caldissima, abbiamo dormito fino a mezzogiorno e da persone molto intelligenti siamo usciti per l’ora più calda della giornata (eh già). No, in realtà non avevamo altra scelta perché Mik avrebbe lavorato alle 18 e volevamo sfruttare il più possibile le ore libere insieme. Abbiamo fatto una passeggiata di un’ora abbondante fino a superare la parte della città al di là del fiume. 

La passeggiata è stata molto piacevole perché esiste una pista ciclabile proprio lungo il fiume e il parco. E il verde che sta attorno alla pista ciclabile è pratino inglese tenuto alla perfezione. Quindi, era piacevole di tanto intanto sdraiarsi e rilassarsi. 

Lo Swan River, il fiume di Perth, deve il suo nome ai numerosi cigni neri che lo popolano. Il cigno, tra l’altro, è simbolo, assieme al canguro, dello stato del Western Australia, quello dove ci troviamo noi. Più volte mi è capitato di chiedermi: ma con tutti gli animali strani e meravigliosi che hanno qui, proprio il cigno devono prendere come riferimento? Non che il cigno nero sia brutto, anzi. E’ un animale meraviglioso ed estremamente elegante. Però io ci avrei messo qualcos’altro. Che poi come presenza sul territorio, ci sono molti più scarafaggi grandi come il mio pollice, noti come “crocorages”, che cigni neri. Certo, però, uno scarafaggio non sarebbe stato un simbolo tanto elegante da mettere in uno stemma. 

Anyway, una piccola scampagnata in bicicletta ci ha fatto proprio bene e ci ha permesso di conoscere ancora meglio questa città, che sembra scontata ma non lo è per niente. Basta non accontentarsi mai, girare per le strade e per i parchi e indagare un po’ di più, guardare fuori dal finestrino quando si sta in bus.

Concludo questo articolo così: ho lasciato un pezzo di cuore a Cottesloe beach. 

L’ho lasciato lì su quel molo e su quegli scogli, a guardare un tramonto pulito, di mille sfumature diverse che si univano infine in un tenue e dolcissimo arancio d’estate. 

L’ho lasciato lì con tutti quei gabbiani che imprimevano tracce sulla sabbia, pronti a cibarsi quando i pesci si fanno più vicini, al calare del sole. 

Abbiamo lasciato un pezzo di cuore in un posto che ci ha regalato l’emozione di sentirci vivi, in mezzo al nulla, lontano da tutto e tutti, piccoli e increduli davanti a tutta quella roba.

Amici, non vedo l’ora di partire per la costa e lasciare tutto il mio cuore in tutti quegli scogli che stanno lì, chissà da quanto tempo, a gustarsi lo stesso quadro. Con lo stesso soggetto ma ogni volta diverso. Unico. Grande. Bello.

See ya soon,

un abbraccio

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Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

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