Manila e la vita in famiglia

07 Febbraio 2017
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Cari Amici,

eccoci con il secondo articolo sulle Filippine, che però vi sto scrivendo dall’Italia. Purtroppo il viaggio vacanza è già finito, ma non mi sono dimenticata di raccontarvi la seconda parte che, se vogliamo, è stata anche la più intensa.

 

Le due settimane a cavallo tra Natale e Capodanno le ho passate in una grande famiglia filippina. Grande dal punto di vista numerico, grande per l’accoglienza che mi è stata riservata.

Di Manila avevo un’idea abbastanza diversa. Di certo non mi aspettavo New York, ma sinceramente speravo avesse qualcosa in più da offrire. A parte il quartiere antico, di storico c’è ben poco.

Città asiatica caldissima che, come tutte le città asiatiche caldissime, è piena di centri commerciali, dove non si va tanto per acquistare, quanto per prendere un po’ d’aria fresca.

Nonostante abbia trascorso due settimane a Manila, non posso dire di averla vista molto. Quei 15 giorni sono stati, piuttosto, un tuffo nella quotidianità di una normalissima famiglia filippina. 

Provo a descrivervi un po’ la situazione.

Sotto un unico tetto si riuniscono due genitori e tre fratelli, con rispettivi coniugi e bambini.

Quando possibile, si fa colazione insieme, si pranza insieme e si cena insieme. Non so se vi ho già parlato del cibo. Forse ho accennato qualcosa sui fast food. Bè, la cucina filippina è ricca di pesce, ma anche di maiale. Di verdure non se ne consumano molte e neanche di frutta, nonostante si tratti di un paese tropicale. Riso, ovviamente, in quantità industriali.

Ho fatto discreta fatica a non rifiutare le pietanze salate che mi venivano proposte di mattina presto. Abituata a una tazza di cereali o al massimo a un cornetto con la marmellata, infatti, non riuscivo proprio a mandare giù gamberetti o maiale o uova alle 8 del mattino. Il problema, però, è che molto spesso certe pietanze le cucinavano proprio per me e rifiutare sarebbe stato maleducazione.

A parte lievi difficoltà date dal non parlare la stessa lingua e dal provenire da due culture completamente differenti, la vita in famiglia si è rivelata davvero interessante.

A livello linguistico, vi dicevo già che il filippino è un mix tra lingua dei nativi, spagnolo e inglese.

La cosa che mi ha colpito di più, sia a livello sociale che linguistico, è la percezione del rispetto che si ha.

Partiamo dal presupposto che si tratta di un paese ancora estremamente povero, dove i più ricchi contano molto e hanno badanti in casa mentre i più poveri, il più delle volte, fanno lavori davvero discutibili.

Al di là delle gerarchie date dalla ricchezza e dall’importanza, esiste una gerarchia naturale dettata dall’età.

Non si da del “lei” soltanto a persone sconosciute o a persone più grandi, bensì anche a genitori e zii.

Se poi hai un cugino di 35 anni e tu ne hai 20, non dai proprio del “lei”, ma esiste comunque un’altra forma di rispetto, che varia per maschi e per femmine. Volendolo dire in filippino, alla fine di ogni frase che rivolgerò a mia zia dirò “po”, se mi sto rivolgendo a mia sorella più grande dirò “ate”, mentre al mio fratellone dirò “kuya”.

In ogni caso, omettere queste piccole paroline può essere segno di mancanza di rispetto. Ovviamente, le badanti danno sempre del “lei”.

Penso abbiate capito che si trattava di una famiglia abbastanza benestante per gli standard filippini. C’erano badanti femmine e maschi (e uno anche a metà). Queste persone lavorano in cambio di vitto, alloggio e qualche spiccio. Le femmine si occupano della cucina, dei bambini e di altri lavori in casa e i maschi di tutto quello che un maschio può fare all’interno di una famiglia.

L’osservare queste persone, seppure trattate benissimo, mi faceva provare pena nei loro confronti. E mi faceva pensare a come poteva essere il nostro paese qualche decennio fa, quando le nostre nonne facevano le stesse cose.

Per non parlare delle massaggiatrici a domicilio. Un’ora e mezza di massaggio in casa (senza quindi doversi nemmeno spostare) per stare tutto il tempo piegate e prendere la bellezza di 6 euro.

C’è da dire che per loro è lavoro, e lavoro è reddito, ma non posso negare che continuavo spesso a provare pena.

Altra curiosità delle case e dei luoghi pubblici filippini è il divieto più totale di gettare carta igienica nei bagni. Voi vi chiederete: e quindi come si fa? Me lo sono chiesta anche io la prima volta. E niente, esiste una specie di cornetta della doccia vicina alla tazza del bagno, che può essere utilizzata per sciacquarsi. Una sorta di “bidè portatile”. Poi, ad asciugare il tutto ci pensano le mutande. Oppure si usa sì la carta igienica, ma senza buttarla nella tazza. Al massimo la si può buttare nel secchio.

Anche a questa usanza mi sono dovuta abituare un po’ a fatica, soprattutto in fase mestruale. Ma l’idea in realtà non è male, soprattutto se si pensa allo spreco di carta che abbiamo noi.

Ad ogni modo, prima di concludere questo articolo vorrei almeno raccontarvi come ho trascorso le feste.

Per quanto riguarda il Natale, tutto molto simile a quanto avviene in Italia.

Siamo andati tutti insieme a messa (io sono rimasta fuori) e, finite le preghiere, siamo tornati a casa. Abbiamo mangiato e riposto i regali sotto l’albero. Il giorno seguente ci siamo svegliati con calma e c’è stato lo scambio di regali, con tanto di giochi tra adulti dove ognuno riceveva il regalo che otteneva giocando (quindi senza sapere cosa fosse e chi lo avesse comprato).

Il capodanno, invece, è stato esattamente il contrario del nostro. Cioè? Cioè abbiamo, anzi, hanno iniziato a sparare fuochi d’artificio intorno alle 11. Dicono che Manila sia una delle città più pazze in quanto a fuochi. I filippini ci vanno matti e davvero alle 11 sembrava giorno per quanti ce n’erano. Purtroppo o per fortuna, il presidente aveva vietato quelli illegali, quindi pare ce ne siano stati di meno rispetto agli anni passati, ma per me erano comunque tantissimi. Dalle 11 fino alle 12 è stato un continuo sparare, che se c’era qualche cane di sicuro ora non c’è più. Poi, non so perché e nemmeno per come, non abbiamo fatto nemmeno il conto alla rovescia. Mi sono ritrovata con le mani contro le orecchie per non sentire il casino, tanti filippini che ridevano e continuavano a sparare, ho preso in mano il cellulare e ho capito che era mezzanotte. Il tempo di urlare qualche “happy new year” e via tutti i fuochi. Quindi, nelle Filippine l’anno nuovo si festeggia un’ora prima dell’anno nuovo. Poi quando l’anno nuovo arriva per davvero, l’anno nuovo non se lo infila nessuno. Va bè, in realtà non è del tutto così. Dopo la mezzanotte, infatti, siamo rientrati in casa ed è in quel momento, intorno alle 00.45, che è iniziato il cenone di capodanno. Un buffet con pesce, maiale, riso e tanti dolci. A quell’ora, mi sono limitata a un pezzo di torta e poco più.

Potrei andare avanti per ore, ma penso che sia il caso di concludere questo articolo. 

Allora è così che vi saluto e vi presento le Filippine, un arcipelago di contrasti: 

se andate nelle Filippine, non dimenticate di sorridere SEMPRE. La gente vi apprezzerà per il modo in cui sorridete alla vita. Se andate nelle Filippine ricordatevi di portare con voi tanta pace e poca fretta, perché il mondo in quell’angolo della terra va a una velocità molto più clemente. Se andate nelle Filippine, non dimenticatevi di salutare il mare azzurro e le colline verdi, le risaie con i suoi contadini e i grandi centri commerciali con milioni di filippini in cerca di aria fresca. Se andate nelle Filippine, ricordatevi che siete in un paese asiatico e che gli scalini e i poggia mano sono quasi come quelli dello hobbit: piccoli piccoli e bassi bassi. Se andate nelle Filippine, ricordatevi di saper ballare almeno un po’. Anche gli addetti al traffico, tra una palettata e l’altra, ballano in stile Michael Jackson. Se andate nelle Filippine fatevi tanti massaggi e bevete tanti succhi di mango, papaya e cocco. Se andate nelle Filippine, portate rispetto a chiunque sia più grande di voi, abbassando anche un po’ il capo quando salutate.

Se andate nelle Filippine, portatemi con voi, perché ci voglio ritornare.

 

Ciao Amici, 

al prossimo viaggio!

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Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

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