La mia Cuba: L'Avana, Trinidad e Cayo Largo

14 Febbraio 2017
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Cari Amici,

lo so, non sono stata proprio puntuale con questo articolo. Sono in ritardo di un anno esatto.
Un anno fa, oggi, ero a L’Avana in attesa dell’aereo che mi avrebbe riportato a Roma.
Si tratta di un articolo importantissimo per me. Di un viaggio che mi ha cambiato la vita e il cuore. Una terra che in soli 15 giorni è riuscita a regalarmi emozioni che ancora oggi mi fanno tremare, ingestibili come sono.

Hanno proprio ragione quando dicono che dopo aver visto questa terra viene il famoso “mal di Cuba”. E ora vi spiegherò il perché. Di certo, la mia condizione psicofisica e il periodo in cui ci sono stata hanno contribuito a rendere il tutto ancora più essenziale. La compagnia non è stata da meno. Era una vita che non facevo una vacanza con una grande amica. Bene, la mia amica Raffa si era sposata da pochi mesi e io avevo deciso di regalarle un biglietto per Cuba. Mi piaceva l’idea di viaggiare con qualcuno che condividesse la mia passione per la salsa, che se la cavasse con lo spagnolo e che non si facesse problemi a dormire nei posti più strambi.

Il nostro viaggio è cominciato a “La Habana”, L’Avana magica, dove la storia fa fatica a morire e lo spirito cubano è sotto gli occhi di tutti. Case in stile spagnolo e fatiscenti, grandi chiese e teatri imponenti, strade con bambini scalzi che ballano e cantano, alcuni giocano anche a palla (ogni tanto). Gente che si saluta o chiede informazioni da un angolo all’altro della strada, urlando e chiamandosi “amigo!”. Ma soprattutto, giovani riuniti in due o tre piazze, le uniche dove il governo rende disponibile il servizio wifi (ovviamente a pagamento). Da buon paese comunista, è vero che Cuba sta facendo passi da gigante in questo senso ma è comunque 40 anni indietro rispetto ai paesi occidentali. Forse anche questo ha contribuito a rendere il mio viaggio spettacolare: la quasi totale assenza di internet. Per avere internet serve comprare una scheda con un codice che si gratta. La scheda costa circa un euro per un’ora di internet, quindi nemmeno troppo economica. E per utilizzarla bisogna trovare punti specifici, come queste piazze di cui vi parlavo o i grandi resort turistici, dove però siamo state, grazie a dio, solo un paio di notti.


Nella capitale cubana abbiamo trascorso quattro giorni, senza prefissarci alcuna meta in particolare. Abbiamo girato per la città a piedi e nei famosi taxi anni 50. Le vecchie Chevrolet mi facevano sentire come in un film del passato. L’Avana è stupenda, una città così vissuta e particolare come poche al mondo.
Per quanto riguarda l’alloggio, Cuba vanta la presenza di pochissimi hotel. Diversamente, di solito si dorme nelle cosiddette “casas particulares”, vale a dire dentro le case dei cubani, che mettono a disposizione camera e bagno e preparano la colazione. Un sogno per me. Stare a contatto con la gente del posto era, come sempre, il mio obiettivo numero uno e le case particolari mi hanno aiutato molto. La signora della nostra casa de L’Avana era molto cordiale e la colazione con mille frutti tropicali era fantastica.

Il progetto era quello di noleggiare un’auto e girarci tutta Cuba come e dove volevamo. Poi però, sia la Lonely Planet che la gente del posto ce l’hanno sconsigliato a causa delle cattive condizioni in cui versano le strade e dell’illuminazione di notte. Quindi, dopo 4 giorni abbiamo preso un bus in direzione TRINIDAD. Ecco, a tutti quelli che ci vanno dico sempre: “ho lasciato lì un pezzo bello grosso del mio cuore e se lo ritrovate, per favore, riportatemelo!”.
Il progetto di girare tutta Cuba è svanito presto, con il nostro arrivo a Trinidad, ovvero quando capimmo che per vedere Cuba saremmo dovute restare lì. Una cosa che non vi ho detto è che a me e Raffa piace ballare davvero tanto. Anche a L’Avana eravamo state alla “Casa de la Musica”. Per questo, una volta arrivate a Trinidad, la sera non abbiamo fatto altro che chiedere de “la casa de la musica de Trinidad”. Non è stato lì, bensì in un locale poco più in giù, che abbiamo conosciuto un gruppo di giovani insegnanti di salsa cubani (preciso per gli scettici che si trattava di donne e uomini). Vedendoci ballare (a differenza dei turisti tedeschi o di altre nazionalità), ci hanno preso subito sotto la loro ala e ci hanno fatto scoprire quella che mi piace definire la vera Cuba: cene tutti insieme parlando spagnolo, balli e lezioni di ballo per turisti, musica dal vivo con qualsiasi tipo di strumento e in qualsiasi momento, giornate in spiaggia e molto di più. Ci hanno insegnato a suonare la “clave” (lo strumento che detta il ritmo di ogni salsa), le maracas e il bongo, a ballare il “son” e la vera salsa cubana, a ridere nonostante tutto. Il ridere della gente povera, che vive di riso, aragoste, rum e sigari, ma che sorride sempre.
Abbiamo trovato coetanei interessati a scoprire la nostra cultura e disposti a trasmetterci la loro, e questo ci è bastato. Dovevamo restare a Trinidad giusto un giorno, ma alla fine sono stati 8.

Nel mezzo, però, ci siamo concesse tre giorni nel Mar dei Caraibi. Stavolta con un taxi, ci siamo dirette a nord verso Cayo Largo. Devo essere sincera: venivamo da un ambiente povero e autentico, in cui ballavamo tutti i giorni e la spiaggia non mancava. A Cayo Largo, invece, arrivammo in un resort 5 stelle (che da noi sarebbero state 3) in cui c’erano solo turisti. La spiaggia era sì un’immensa distesa di sabbia bianca e acqua trasparente, ma non offriva nulla di particolare. A quelli che mi chiedono del mare dei Caraibi dico sempre che i pesci più belli e lo snorkeling migliore l’ho fatto in Sicilia, non a Cayo Largo. Anche l’escursione a largo non è stata eccezionale: il vento faceva sentire freddo e la corrente del mare rendeva difficile persino nuotare. Per non parlare della stanza. Abituate come eravamo a stare nelle case vecchie e poco arredate de L’Avana e Trinidad, il resort ci sembrava davvero eccessivo, poco autentico, poco cubano, anzi per niente.
Saremmo ripartite 20 minuti dopo essere arrivate, ma avevamo già pagato tre notti e facemmo uno sforzo. A Cayo Largo ci rilassammo e mangiammo cibo continentale.

Apro una parentesi sul cibo. Sono tornata da Cuba con 4 chili in meno. Complice sicuramente anche il ballo e il caldo, la motivazione principale però è stata il cibo. Oltre alle famose aragoste a 5/8 euro l’una, il cibo cubano è davvero povero e di scarsissima qualità. Non scendo nei dettagli, diciamo solo che l’enterogermina è stata fondamentale sia per me che per Raffa.

Finiti i tre giorni di pace, ci siamo ributtate più che volentieri fra le braccia della nostra Trinidad fino alla fine della nostra vacanza.
Ora sappiamo di avere amici anche lì. Ora so di avere un pezzo di me in quell’isola.
La rivoluzione, a Cuba, è ancora nell’aria. Da ogni parte e in ogni muro si legge “Cuba libre” o “viva la revolucion”. Le persone sono troppo povere e il più delle volte, ahimé, vedono i turisti come portafogli. Tuttavia, essendo una dittatura, Cuba non è affatto pericolosa. Ci sono pattuglie ovunque e i cubani vengono tenuti sempre sotto controllo, soprattutto quando sono vicini ai turisti (i nostri amici insegnanti, ad esempio, non camminavano mai vicino a noi per paura di qualche controllo). Cuba vanta uno dei migliori sistemi sanitari al mondo, con un numero altissimo di medici e infermieri.
Anche la percentuale di persone alfabetizzate e istruite è altissima.
Che c’entra, sono un po’ truzzi, questo sì. Tutti super fisicati (le donne sempre con qualche chiletto in più e vestiti attillatissimi), per strada non fanno che fischiare alle donne e rivolgere loro complimenti. Lo fanno tutti. Se non lo fanno, non si sentono a posto. Lo ha fatto addirittura un poliziotto, per non parlare del papà con in braccio suo figlio piccolo. Secondo me, lo fanno a prescindere da come sei. Brutta o bella, grassa o magra, l’uomo cubano deve fare il macho. Questa, almeno, è stata la mia impressione.

Quei 15 giorni mi hanno fatto rinascere. Amo la semplicità che nasconde capolavori. E vedere dieci ragazzi e ragazze in cerchio, dopo una serata in discoteca, iniziare a improvvisare canti e balli creando una canzone degna delle migliori radio mi ha fatto piangere. Ero talmente emozionata e colpita che ho davvero pianto di gioia. Non so se potrò mai rendere a parole quello che ho provato. Sarà che sono musica-dipendente e maniaca del ballo. Sarà che il ritmo si è voluto sempre impossessare di me.
La musica cubana è figlia delle chitarre spagnole e dei bonghi africani. Le percussioni nere si mischiano con gli strumenti europei più melodici. Ci sono cubani bianchi, mulatti e di colore. La differenza è, quindi, la base e la ricchezza di questa nazione. Quando cammini per strada tutti parlano con tutti e vedere un ragazzo di colore con una ragazza bianca non fa alcun effetto: è normalità.
Quando si balla, se un signore di una certa età ti chiede di ballare è giusto ballarci. Una volta in un pub ho ballato con un signore sulla cinquantina. Magro e allegro come pochi, più che ballare lui pensava a cantare la canzone che stavano suonando. In realtà, la musica a Cuba non si canta e non si balla, si vive.
Ci sono tradizioni antichissime legate ai balli più disparati. La salsa non è che uno di questi. C’è il son, il guaguanco, la pachanga, la rumba e molto molto altro.
Ho amato quella disinvoltura e quella gioia come poche altre cose della mia vita.
Cuba mi ha insegnato a rinascere dalle ceneri, a credere nella vita anche quando sembra troppo difficile per essere vissuta, a sorridere sempre e comunque, a tirare fuori il bene e il male ballando e cantando, a non temere i pregiudizi. Cuba mi ha fatto sentire donna. Cuba mi ha detto: “vai, Marta, che tutto quello che serve è dentro di te”.

A coloro che adesso vanno a Cuba comprando pacchetti con le varie agenzie dico: non vi piacerà. Cuba non è fatta per essere vista da turista, ma per essere vissuta. Non rinchiudetevi in nessun resort (non dovreste farlo da nessuna parte, ma a maggior ragione non a Cuba) e uscite senza paura. Ballate e parlate con loro, non giudicate lo sporco o il cibo. Chiudete gli occhi e aprite il cuore.
Perché Cuba è nel cuore.

Ciao Amici,
hasta el proximo viaje!

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Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

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