Road trip part 1: da Mangawhai a Hastings

03 Marzo 2019
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Cari Amici,

finalmente dopo diverso tempo trovo il modo di scrivervi e di aggiornarvi.

I due mesi e mezzo passati a Mangawhai ci hanno permesso di mettere da parte qualcosa per affrontare il viaggio che ci aspetta nei prossimi mesi.

Saremmo dovuti ripartire da lì domenica scorsa, ma le ore che ci offrivano al ristorante nell’ultima settimana erano davvero poche e quindi abbiamo deciso di anticipare i nostri piani di una settimana e il giovedì siamo partiti in fretta e furia per dirigerci verso sud.

La prima settimana di viaggio “on the road” nell’isola nord è andata e proverò a riassumervi di seguito tutte le meravigliose avventure vissute.
Prima di farlo, però, devo spiegarvi come ci siamo organizzati.

La nostra Audi A5 station wagon è abbastanza comoda da poterci dormire dentro. Di giorno, quando siamo alla guida, la parte posteriore è carica di 3 scatoloni di plastica in cui conserviamo il cibo (che compriamo giorno per giorno, non avendo il frigo) e le stoviglie. Inoltre, abbiamo una tanica di acqua da 10 litri per i casi di emergenza e per quando pernottiamo in campeggi gratuiti dove non c’è acqua potabile, un fornelletto portatile che utilizziamo per cucinare, due materassini di schiuma per dormire la notte, una coperta, due cuscini, i nostri zaini e i libri. Nel cruscotto davanti al lato passeggero abbiamo riposto tutte le cose da proteggere in caso di caldo o freddo, come ad esempio i medicinali o i dispositivi elettronici.
Abbiamo ricoperto tutti i finestrini posteriori con delle tende fai-da-te e utilizzato un telo per il bagagliaio, che rimuoviamo all’occorrenza quando dobbiamo guidare.
Di giorno visitiamo ciò che c’è da visitare, dopo di che controllo in due app specifiche (CamperMate e WikiCamps) se e dove si trovano campeggi gratuiti nelle vicinanze. Sfortunatamente, qui in Nuova Zelanda non è sempre possibile dormire in macchina dove e quando lo si vuole. A causa di molti viaggiatori maleducati che lasciano in giro rifiuti e fanno rumore di notte, infatti, i vari distretti hanno iniziato a proibire il “free camping”, soprattutto per i veicoli non “self-contained”, ovvero non provvisti di sistema di scarico dei rifiuti (WC) e/o acqua al loro interno. I furgoncini e i camper quindi hanno molte più possibilità di pernottamento gratuito rispetto alle normali macchine come la nostra.
Comunque, con un po’ di organizzazione, si trovano soluzioni anche nel nostro caso. In alternativa, esistono i campeggi a pagamento dove te la cavi con 15 dollari a testa per una notte (circa 9 euro).
Ogni due giorni andiamo in un campeggio a pagamento anche per fare la doccia, la lavatrice e utilizzare una cucina normale.
Una volta arrivati al campeggio, gratuito o meno, prima di dormire spostiamo gli zaini, le scatole e il resto nei sedili anteriori, abbassiamo i sedili posteriori, stendiamo i materassini, prepariamo le coperte e il letto è pronto :)

Ora passiamo al road trip.
Partiti da Mangawhai, la prima destinazione è stata la Coromandel Peninsula, una penisola di fronte ad Auckland, zona molto turistica ma anche ricca di paesaggi da cartolina.
I primi giorni in viaggio il tempo non era affatto bello, quindi ci siamo fermati un po’ di più nel campeggio gratuito direttamente a sud della penisola, aspettando il bel tempo. In una di queste giornate abbiamo visitato le vecchie miniere della Corona Inglese: una montagna dalle rocce di mille colori a causa dei diversi minerali presenti, piena di gallerie e con un antico binario utilizzato per trasportare l’oro attraverso carrelli. Una visita molto interessante con un panorama stupefacente.
Dopo due giorni, il sole è uscito e abbiamo iniziato a fare il giro della penisola (circa 4 ore), fermandoci nei vari punti panoramici e soprattutto nelle due mete turistiche della zona: Cathedral Cove e Hot Water Beach.
In entrambi i casi si tratta di due spiagge. La prima è famosa per le sue enormi formazioni rocciose di cui una ad arco che sembra proprio un ingresso trionfale alla spiaggia adiacente.
Per arrivarci si impiegano circa 40 minuti a piedi e si attraversa una bellissima foresta, tra l’altro dedicata ai soldati neozelandesi caduti nello sbarco a Gallipoli durante la seconda guerra mondiale (sì, anche i neozelandesi hanno combattuto per liberarci, in quanto le truppe erano e in parte ancora sono sotto il comando della regina d’Inghilterra).
Dopo circa due ore di escursione ci siamo diretti poi alla Hot Water Beach, poco più a sud. In questo caso si tratta di una spiaggia vulcanica dove l’acqua, nelle prime ore di bassa marea, resta sotto la sabbia ed è ancora bollente. Quindi la gente va lì con una pala, scava appena 30 cm ed ecco creata la propria spa personale! In alcuni punti l’acqua è talmente bollente che esiste davvero il rischio di scottarsi.
Non avendo la pala e dato che la spiaggia era già piena di buche fatte da altri, abbiamo approfittato di un buco vuoto accanto a un punto molto molto caldo, abbiamo scavato un altro po’ e aperto un canale per permettere all’acqua calda di entrare e siamo restati un’ora ammollo respirando acqua sulfurea e rilassandoci. Un’esperienza davvero sui generis!

Il giorno successivo è stata la volta di Matamata, la città dello Hobbit e del Signore degli Anelli!
Per la modica cifra di 85 dollari a testa (!!!) abbiamo visitato Hobbiton, il set cinematografico dove sono state girate le prime scene dello Hobbit e quelle in cui si vede la Terra di Mezzo.
Il posto, di per sé, è davvero magico. Le case degli hobbit sono vuote dentro perché le scene interne le hanno girate a Wellington, ma all’esterno sembra di stare davvero in quella favola. La cosa che rovina un po’ il tutto, però, è la visita guidata. Un’ora e mezzo sempre di fretta, pochi aneddoti raccontati dalla guida, giusto il tempo di fare due scatti e subito si ripartiva, per poi finire 30 minuti, ripeto 30 minuti nel pub di Hobbiton e gustarsi la bevanda inclusa nel prezzo del biglietto.
Avrei preferito avere più tempo per passeggiare in pace, sognare un po’ di più e godermi il tramonto, invece non è stato così.
Un must per gli appassionati di hobbit ma un posto evitabilissimo per chi non è affatto interessato, anche perché 85 dollari sono davvero tanti.

Il nostro viaggio è proseguito in direzione Rotorua, una città famosissima per le sue meraviglie e i suoi fenomeni geotermici. I numerosi vulcani, estinti e non, regalano spettacoli della natura difficili da descrivere o catturare in una foto.
La prima tappa è stata la più bella: il villaggio vivente Maori di Whakarewarewa (nome tra l’altro non completo, quello completo è una delle parole più lunghe che io abbia mai visto). Pagando 45 dollari abbiamo avuto accesso al villaggio e alla visita guidata, che è stata a dir poco interessantissima.
Pozze bollenti di acqua sulfurea, geyser alti 30 metri, danze tradizionali Maori e tante piccole curiosità ci hanno fatto vivere una giornata indimenticabile.
I Maori utilizzano le pozze bollenti per cucinare, curarsi da asma, artrite e altro e convogliano una parte dell’acqua per farsi bagni bollenti (solo una parte, perché l’acqua in superficie raggiunge anche i 90 gradi!).

A farci terminare la giornata in bellezza è stato Jason, un artista Maori esperto di Ta Moko, ovvero tatuaggi Maori.
Da tempo io e Jof pensavamo a un tatuaggio e volevamo conoscere i significati dei simboli Maori.
Così, pagando 50 dollari a testa, abbiamo richiesto il nostro disegno personale.
L’ultima volta che ho fatto un tatuaggio il tatuatore mi ha dedicato in tutto 15 minuti per la parte progettuale: sì e no 10 minuti per ascoltare il tipo di idea che avevo in mente e 5 minuti per farmi vedere la sua creazione. Ricordo di essere andata lì da lui con la voglia di spiegargli bene l’esigenza nascosta dietro quel simbolo, e di aver ricevuto in cambio un’assoluta mancanza di interesse.
Questa volta la cosa è stata diametralmente opposta. Jason si è seduto di fronte a noi e ci ha interrogato per un’ora buona. Ha voluto sapere di noi, di chi siamo, di cosa facciamo nella vita, se abbiamo genitori e fratelli, se sono ancora vivi, quali sono le nostre passioni, e soprattutto cosa abbiamo imparato dal passato e cosa ci auspichiamo per il futuro, il nostro colore preferito, le cose che contano per noi nella vita. Sembrava di essere dallo psicologo. Una persona con un’empatia pazzesca, un conoscitore del dolore e delle esigenze più intime degli uomini. Un padre, un amico, un esperto. Per i Maori il tatuaggio non rappresenta un concetto, rappresenta la tua vita nel momento in cui lo fai. Un tatuaggio dice chi sei.
Ed ecco come sono usciti due bellissimi disegni (che non riveleremo qui), in cui sono contenuti i membri della famiglia e i simboli Maori che rappresentano i nostri dolori, le nostre gioie e gli auspici per il futuro.
Jason ha saputo interpretare le nostre personalità in modo magistrale, scegliendo per noi simboli e figure che mai avremmo potuto immaginare da soli.
Tra l’altro, prima di riceverci Jason è stato impegnato per circa 2 ore nelle riprese di un documentario della National Geografic China sulla vita Maori. Grazie Jason, sei un’anima stupenda!

A Rotorua abbiamo poi visitato anche il Wai-O-Tapu Thermal Wonderland, con altre note pozze vulcaniche dai mille colori. Tra tutte, la “Champagne Pool”, la “Painter’s Palette” (tavolozza del pittore) e il lago verde mi hanno riempito gli occhi.

Giungo al termine di questo lungo articolo raccontandovi dell’ultima tappa: il Tongariro Alpine Crossing.
Ragazzi, non pensavo di essere in grado, eppure ce l’ho e ce l’abbiamo fatta: 19,4 km di attraversamento alpino per le cime di tre vulcani, con laghi craterici, montagne rosse e nere e paesaggi mozzafiato (uno dei monti è stato utilizzato sempre nel Signore degli Anelli: il monte Fato!). Le foto non renderanno mai abbastanza quello che abbiamo visto. La fatica è stata tanta, ma la gioia sulla vetta ancora di più. In cima facevano meno 5 gradi e ci siamo messi a mangiare accanto a una roccia da cui usciva fumo vulcanico bollente. Il fumo ci scaldava e noi mangiavamo la nostra pasta fredda mentre ci godevamo lo spettacolo dei laghi azzurri e verdi davanti a noi.
Otto ore di attraversamento, sbalzi termici e dolore ai piedi, ma ne è valsa davvero la pena… che spettacolo!

Concludo dicendovi che adesso siamo qui, a Hastings, un paese a sud-est dell’isola nord. Da domani inizieremo a lavorare per circa 3 settimane in una fattoria in cui si imballano mele. Qui ci sono ettari ed ettari di terra di meleti pieni di frutti da cogliere, ma anche mirtilli e molto altro. Tutti i viaggiatori sono giunti qui in massa per cogliere e mettere da parte soldi. Tutti gli alloggi sono pieni ma abbiamo trovato una piazzola in un campeggio a pagamento (70 dollari a testa a settimana). Data la permanenza prolungata in questo posto, abbiamo anche deciso di comprarci una tenda e dei sacchi a pelo, perché in macchina sarebbe stato troppo scomodo dopo 12 ore di lavoro in fattoria.

Ora vi saluto da questa tenda posizionata davanti al mare, dove fa caldo ma l’aria fresca mi aiuta a respirare. Ci aspettano le ultime dure settimane di lavoro, e poi saremo finalmente pronti per l’isola sud… e non solo ;)

Vi aggiorno presto, magari con articoli più frequenti e quindi anche più brevi.

Un abbraccio Amici miei.

Mi mancate come sempre,

Marta

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Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

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