Le tre settimane e mezzo nella fabbrica di confezionamento mele

29 Marzo 2019
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Dear friends,

vi scrivo dal traghetto che ci sta portando da Wellington all’isola sud della Nuova Zelanda.
Finalmente, dopo quasi un mese di lavoro in fabbrica, è arrivato il momento di viaggiare. Da qui a tre mesi, infatti, sarà tutta una scoperta e l’emozione è incontenibile!
Ma fatemi raccontare prima quello che abbiamo fatto in questo mese ad Hastings.

L’idea iniziale era quella di andare a fare i “picker”, ovvero a raccogliere frutta, in particolare mirtilli (perché tra tutti i frutti sono quelli più facile da cogliere, in quanto ad altezza uomo).
L’azienda dove pensavamo di andare, però, aveva bisogno di tre giorni per i documenti e le prassi burocratiche.
Nel mentre io, come sempre, avevo già mandato altre 300.000 e-mail ad altre aziende e il sabato siamo stati contattati dalla “Malbec Orchards”, in particolare per la posizione di “apple packers”, letteralmente confezionatori di mele.
Ed ecco che il lunedì siamo finiti nella prigione di Malbec.

Un lavoro fisicamente massacrante, con il capo sempre chino a smistare mele alla velocità della luce.
Per farla breve, le mele vengono prima selezionate dalle “graders”, poi la macchina le porta fino a noi, dove cadono in un tapis roulant su cui sono disposti vassoi di carta. Il nostro compito consisteva nello smistare ulteriormente le mele (dovevano essere perfette, sia in termini di colore che di grandezza!), posizionarle accuratamente nei vassoi, piegare le scatole e riporvi dentro 4 vassoi, chiudere le scatole e spingerle nel circuito che le avrebbe trasportate fino agli “stackers” ovvero gli “impilatori”, i ragazzi che mettevano queste scatole molto pesanti in pallet alti circa 2 metri. Ad ogni modo, le foto in basso vi aiuteranno a capire meglio.

I turni erano molto pesanti. Nei giorni dispari di lunedì, mercoledì e venerdì si faceva il doppio turno: dalle 8 della mattina alle 10 della sera! Erano previste due pause da 30 minuti (pranzo e cena, non pagate) e altre pause da 10 minuti ogni due ore (pagate).
I giorni pari, ovvero martedì, giovedì e sabato, si lavorava “solo” dalle 8 alle 5.30.
Il tutto per un risultato settimanale di 66 ore e una paga di circa 950 dollari a settimana (la paga era la minima, ovvero 16,50 all’ora, tasse da dedurre, per un netto di circa 15 dollari l’ora).

Per quanto riguarda l’alloggio, come vi accennavo nell’ultimo articolo, abbiamo dormito in tenda per un mese, in un camping molto rudimentale ma bellissimo, proprio davanti al mare, nel Cape Kidnappers.
Non abbiamo avuto praticamente mai il tempo di goderci quel posto magnifico, se non la domenica che era l’unico giorno libero.
Devo dire che la soluzione della tenda è stata una bellissima idea. Molto comoda, calda e nomade come piace a noi.
Per stare nel “Clifton Motor Camp” pagavamo 70 dollari a testa a settimana, per un equivalente di circa 6 euro al giorno a persona.
Sì è vero, dormivamo in tenda, ma avevamo docce, cucina e una vista straordinaria.

Tornando alla packhouse, il primo giorno tutti e due abbiamo iniziato appunto come “packers”. Il giorno dopo, Jof è stato subito preso e portato dietro con i ragazzi (appena vedono un ragazzo un po’ più in forma e alto lo mettono subito nel reparto “fatica”). Tuttavia, non lo hanno messo a impilare scatole ma a fare un lavoro, se possibile, pure peggio. Doveva infatti far passare delle cinghie di plastica intorno ai pallet e stringerle (usando molta forza nelle braccia) per assicurare che le scatole non cadessero e che i pallet potessero essere trasportati dai muletti. Ha fatto questo lavoro fino al penultimo giorno. La sera aveva sempre le mani gonfie e, psicologicamente, non è stata affatto facile. Il suo era l’unico lavoro dove non ci si poteva fermare mai, a differenza degli impilatori che a volte potevano mettersi a sedere o quanto meno fare due chiacchiere tra di loro.
Nonostante ciò, Jof se l’è cavata benissimo, ha fatto amicizia praticamente con tutta la fabbrica e ora tutti lo amano :)

Per quanto riguarda me, sono stata fin troppo fortunata. Dopo una settimana con dolori alla cervicale post confezionamento mele, la responsabile - non so ancora per quale grazia divina – ha deciso di spostarmi al reparto vassoi. Dalla foto capirete meglio ma, in pratica, io ero una delle tre ragazze che mettevano i vassoi nei famosi tapis roulant dove cadevano le mele da confezionare.
Un lavoro lento, senza supervisori e vicino al reparto dei ragazzi, quindi a volte scherzavamo, o quanto meno facevamo due chiacchiere e il tempo passava.
Il lavoro in una catena di distribuzione, qualsiasi essa sia, è alienante e straziante. Le cellule del cervello smettono di funzionare, i minuti non passano e, tranne nel mio caso, il dolore fisico dato dal tipo di lavoro e dalle 13 ore di fila è davvero grande.

Come tutte le cose difficili, però, anche questa esperienza ci ha insegnato tantissimo.
Ho scoperto che penso molto di meno quando il mio cervello ha tutto il tempo per farlo, piuttosto che quando sono concentrata a tradurre e la mia mente parte facendo i suoi tanto amati voli pindarici.
Ho scoperto che nella fatica le persone si uniscono molto di più, che la tristezza è molto più leggera se condivisa.
Ho scoperto che un bel sorriso coraggioso può travolgere anche la persona più scoraggiata in una giornata piena di nuvole e arrendevolezza.

Nella apple packhouse di Malbec abbiamo lasciato tantissimi amici. Ogni giorno parlavo tutte le lingue che conosco, perché erano quasi tutti viaggiatori zaino in spalla come noi. Quante storie magnifiche ho ascoltato! Ho parlato in francese con Alexandre dalla Bretagna, in spagnolo con Valeria e Luciano dall’Argentina, in tedesco con Agnes, Claudia e moltissimi altri, in inglese con Andrew del Regno Unito e ovviamente con tutti i locali.
Era come respirare ogni giorno aria pulita, aria nuova.

Questo mese ci ha permesso di mettere da parte l’ultimo gruzzolo del viaggio e ora inizia la tanto attesa discesa.
Saranno tre mesi indimenticabili. Non voglio ancora rivelarvi le prossime destinazioni. Per ora posso solo dirvi che ci aspettano tre settimane al sud, tra alpi, fiordi e natura selvaggia. Poi torneremo al nord, dove faremo il tatuaggio di cui vi parlavo, venderemo la macchina e prenderemo il volo per la nostra prossima destinazione.

Ma torno presto... promesso!

Un abbraccio grande da Wellington,
Marta

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Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

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