Questa immensa, varia e meravigliosa Argentina

03 Maggio 2019
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Hola chicos!


Scrivervi sta diventando sempre più difficile ora che siamo nel pieno del viaggio e ogni giorno ci spostiamo in un posto diverso, ma non mollo e fino alla fine ci proverò.
Vi scrivo dall’ostello “El Farolito” di Tilcara, un carinissimo paese sulle Ande argentine.

Da dove inizio… Be’, intanto siamo in Argentina!
Il mio sogno sudamericano è iniziato e non poteva che cominciare nel migliore dei modi. Personalmente, sono già entrata nel “mood spagnolo” e sto imparando tantissimo dal punto di vista linguistico. A volte mi chiedono se sono di qui, altre volte dico ancora “calda” invece di “caliente”!!!
Ma non importa, il calore emanato da queste culture è incredibile, la lingua e, in particolare, il loro accento è ancora più bello di quanto immaginassi.

Parlo di culture e non di cultura perché ho scoperto, a mia insaputa, che l’Argentina è un paese estremamente variegato, sia dal punto di vista geografico che culturale e umano.
Si passa dai ghiacciai e le montagne innevate della Patagonia nel sud, al tango e il mix culturale di Buenos Aires, alle cascate di Iguazù al confine con il Brasile fino alle Ande e i lasciti Inca del nord.
Lo stesso vale per i popoli che la abitano: discendenti di antiche tribù (prima ancora degli Inca) sia in Patagonia che nel nord, discendenti degli Inca, discendenti degli spagnoli e tantissimi discendenti degli emigrati europei, in particolare gli italiani (oltre il 50% della popolazione argentina ha discendenti italiani e la maggior parte delle persone vanta il doppio passaporto italiano-argentino). A tale proposito, diversi argentini mi hanno più volte riproposto il detto: “se chiedi agli argentini da dove provengono, ti risponderanno dalle navi”.

Si parlano tanti dialetti e tante lingue diverse. Fra i tanti il Quechua, un dialetto degli Inca.
La storia argentina (e sudamericana in generale) si divide grossolanamente in quattro epoche principali: quella dei nativi aborigeni, quella dell’impero Inca sviluppatosi dal Perù fino all’attuale provincia di Catamarca in Argentina, quella dei coloni spagnoli e quella dell’indipendenza dagli spagnoli.
A questo si aggiungono numerosi fenomeni migratori, per l'appunto dall’Europa e dagli altri paesi sudamericani.

Fatta questa premessa generale, potete immaginare quanto possa essere difficile selezionare cosa vedere in soli dieci giorni.
In realtà avevamo già programmato le tappe, e a dire il vero siamo stati bravissimi nel rispettarle. Tuttavia, man mano che scopriamo questo paese ci rendiamo conto di quanto ci sia da vedere.
Il nostro piano, però, è visitare molto altro ancora (ripercorreremo più o meno tutto il territorio dell’impero Inca), quindi ci accontentiamo, per ora, di questi 11 giorni di Argentina.

Il nostro viaggio è iniziato nella stravagante, elegante, povera e affascinante Buenos Aires. Nella “Capital Federal” ci aspettava infatti Sara, la mia grandissima amica che vive ormai lì da tre anni ballando tango per le strade e nei teatri.
Di primo acchito la città non mi era piaciuta più di tanto: poche attrazioni o punti particolari al di fuori di musei e parlamento, tanta ma davvero tanta povertà (ovunque si vede gente rovistare nella spazzatura… e mangiare da lì) e cibo deludente. Con la flotta di italiani andati a vivere lì nel secolo scorso, mi aspettavo molta più influenza in ambito culinario. Mi aspettavo quanto meno pasta della nonna, pizza napoletana o piadine. Invece, la pizza c’è, ma è alta 5 cm e piena di formaggio, una cosa molto più simile alle schifezze americane che al cibo italiano. Stessa cosa per la pasta… indecente.
Che sia ben inteso: lungi da me andare all’estero e cercare cibo italiano. Soltanto, mi aspettavo di trovare un retaggio culinario diverso.
La cosa si è fatta interessante man mano che scoprivamo la città. In particolare, i quartieri de La Boca e Palermo Hollywood hanno attirato la mia attenzione. Lì sono riuscita a vedere qualcosa di autentico e di caratteristico e sono riuscita a vivere l’atmosfera d’altri tempi che pervade la città. Sembra quasi di stare nell’Italia di 40 anni fa (dove non sono mai stata, ma immagino dai racconti e dalle foto dei miei nonni).
Ad accrescere il mio amore per la città è stato poi – e quale altra cosa, sennò? – il tango.
Ballato un po’ ovunque per le strade, anche il tango mi ricorda tanto l’Italia di una volta (sia nei vestiti che nei passi). Parlando con Sara e leggendo qualcosa qua e là, ho scoperto che il tango è nato in delle case tipiche di alcuni quartieri di Buenos Aires, dotate di monolocali spartiti simmetricamente, bagni comuni, cucina comune e atrio comune. In pratica, era come vivere in un ostello gigante, dove la sera ci si ritrovava insieme nell’atrio per ballare e cantare. Ed è proprio lì che nasce il tango. Indovinate chi abitava prevalentemente in queste case? Sì, esatto, gli emigrati italiani.
Il tango presenta quindi influenze italiane, afro e locali ed esistono diverse teorie legate alle sue origini.

Tornando al viaggio, dopo tre giorni di Buenos Aires abbiamo salutato Sara e Cesar alla volta di Còrdoba, una città universitaria che conta oltre 180.000 studenti. L’università è completamente gratuita ed è stata fondata dai Gesuiti molti secoli fa, prima che venissero espulsi a Buenos Aires dagli spagnoli. Il blocco gesuitico è abbastanza impressionante, soprattutto la libreria, che contiene una delle primissime bibbie stampate (intorno al 1500) e libri antichissimi scritti a mano dai Gesuiti (tra cui il libro che rappresenta la base dell’attuale codice civile argentino).
Purtroppo a Cordoba ha piovuto per due giorni e non ce la siamo goduta più di tanto, ma si vede chiaramente che la città – essendo piena di giovani – di notte si trasforma (in positivo, non si percepisce il pericolo come a Buenos Aires).

Da Cordoba abbiamo poi proseguito in direzione Salta, ed è lì che è iniziata la nostra scoperta del nord. Man mano che salivamo, il cibo si faceva più tipico, le persone più simili alle popolazioni discendenti Inca e i paesaggi più caratteristici.
Salta è una meravigliosa cittadina sulle Ande argentine, sempre animata di sera e punto nevralgico per la scoperta del nord. La città è la culla delle peñas, locali dove si mangia assistendo a spettacoli di folkore.
Ahhhhh, il folklore argentino! Sarà che amo il ballo tanto quanto le lingue, ma credo che non esiste modo migliore per scoprire una cultura se non quello di osservare la gente ballare.
Il folklore argentino è pazzesco, con balli e musica come la zamba, il gato, la chacarera e la cumbia, dove l’uomo nelle sue vesti di “gaucho” (cowboy argentino) cerca di attirare le grazie della donna (vestita in modo simile alle donne spagnole di una volta). Si sbattono i tacchi, si muovono soavemente fazzoletti di panno e ci si corteggia sempre a distanza (senza contatto fisico, ad eccezione, a volte, delle mani).
Sono balli che sanno di Spagna, Africa, America latina, montagne e molto altro.
Salta ci ha permesso anche di scoprire tutte le principali attrazioni vicine, in particolare le “quebradas”, catene andine caratterizzate dal passaggio di un fiume che le "taglia" a metà. Le Ande sono meravigliosamente imponenti: ammassi di pietre che, se piovesse tanto – cosa che in queste zone non succede quasi mai – potrebbero sgretolarsi in un secondo. Sono ricchissime di minerali e per questo cambiano colore (rosse per il ferro, verde per il rame, grige per l’argilla), sono piene di cactus giganti chiamati “cordones”, che crescono tre centimetri all’anno e quindi hanno anche oltre 300 anni! Poi ci sono i lama, che oltre a correre liberi per le montagne sono sempre stati usati sin dai tempi dei nativi per carne, latte, lana e trasporto.
Qui si mangia cotoletta di lama, hamburger di lama, empanada di lama e così via.
Abbiamo visitato canyon, montagne dai quattordici colori, paesini a 3500 metri sul livello del mare e… abbiamo masticato foglie di coca.

Tranquilli, lo so che la parola fa paura, ma non è così.
Le foglie di coca provengono da una pianta naturalissima, tanto quanto la salvia o il rosmarino. Per secoli e secoli queste foglie venivano commercializzate e usate in tutto il mondo, soprattutto dai nativi in virtù delle loro numerosissime proprietà benefiche.
La prima ragione per cui vengono usate, però, è la loro capacità di dilatare i vasi sanguigni, permettendo all’ossigeno di circolare meglio in zone ad elevata altitudine. Ecco perché in tutti i paesi andini si usa “coquear”, o meglio masticare foglie di coca: per resistere all’altitudine, evitare mal di testa, problemi alla prostata per gli uomini, avere capelli più forti e stare più svegli. Le foglie venivano anche date agli schiavi per farli essere più attivi e lavorare di più. Esse vengono coltivate esclusivamente in Bolivia, Perù e Colombia (in Argentina si masticano ed è permesso l’uso in tutto il paese, ma non la coltivazione).

La storia della prodigiosa foglia cambia quando, nel 1859, il farmacista tedesco Niemann isolò il principio attivo della foglia al fine di sviluppare un anestetico. Per farlo, aggiunse del cherosene. Da allora venne scoperta la cocaina, che appunto viene prodotta a partire dalle foglie di coca. Le foglie vengono appunto fatte macerare in un contenitore pieno di cherosene, acidi, composti chimici e molte altre schifezze. Da lì nasce la pasta della coca, e dalla pasta si giunge alla polvere per raffinazione.
Per produrre 2 grammi di cocaina serve una tonnellata di foglie di coca (più lo schifo che vi ho detto).
Masticarne una manciata, quindi, non provoca nessuno degli effetti che immaginiamo noi, anzi.
Poi ci sarebbe da parlare di come le foglie hanno fatto nascere la Coca-Cola, di quanto vengono ancora usate in moltissimi prodotti che usiamo, per non parlare di medicinali.
Ma credo di aver scritto già abbastanza, quindi mi fermo qui.

Domani sarà il nostro ultimo giorno in Argentina, dopo di che passeremo il confine a La Quiaca alla volta della… Bolivia!
Spero di riuscire a scrivervi anche da lì, ma se non mi sentite state tranquilli che io sono in paradiso :)

Hasta luego mi gente,

Marta

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Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

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