Tra i popoli andini della Bolivia

10 Maggio 2019
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Queridos amigos,


l’influenza intestinale che mi ha colpito dopo il tour nel Salar mi costringe a stare più ferma del solito, quindi quale momento migliore per scrivervi?
Ebbene sì, è la volta di un altro meraviglioso paese: la Bolivia.

Dopo aver passato a piedi il confine tra Argentina e Bolivia, ci siamo sentiti subito catapultati in un mondo differente.
La prima impressione è stata che si tratta di un paese povero ma dignitoso, o meglio in cui tutti vivono relativamente bene, seppure non navighino nell’oro. Ho visto pochissimi mendicanti e strade più che pulite.
Un'altra cosa che mi ha colpito subito sono state le anziane donne boliviane, note anche come “cholitas”. Tutte vestite nello stesso identico modo (non scherzo), ad eccezione dei colori: gonna plissettata ad altezza ginocchia (le anziane boliviane sono tutte molto basse e con un sedere “importante”), gilet e grembiule, due trecce nere e lunghe fino al sedere, unite tra di loro con un elastico a pompon, e un cappello alla Charlie Chaplin.
Queste donne sono l’anima dei mercati, dove tra l’altro si mangia benissimo e con pochi euro, e vendono noccioline, frutta, vestiti e qualsiasi cosa possiate immaginare anche e soprattutto per le strade.

Inoltre, sono rimasta abbastanza scioccata dal numero di bambini. Sono venuta a sapere da gente del posto che la media di figli per famiglia qui è ancora di otto/nove. Le ragazze restano incinte a partire dai 14 anni (personalmente ne ho incontrata una incinta a 16 anni, con un futuro padre di 18!).
I bambini non vengono portati con il passeggino, bensì fissati dietro la schiena con un panno a righe colorate.
Un po’ come fanno le africane, ma il panno-tovaglia qui viene legato meno stretto e le donne boliviane lo usano anche per bambini di 3 o 4 anni (belli pesanti, quindi).

La prima cittadina che abbiamo visitato, in attesa del grande tour verso il Salar, è stata Tupiza, a un’ora dal confine con l’Argentina.
Tupiza si è rivelata da subito una città molto autentica. Oltre a noi, infatti, erano presenti pochissimi turisti.
La città è già oltre i 3000 m slm ed è circondata dalle meravigliose e difficili Ande.
Abbiamo approfittato dei due giorni a Tupiza per abituarci ancora di più all’altitudine (anche se a quanto pare non è bastato) e per riposarci un po’.

Le donne del posto, ma da quello che vedo di tutta la Bolivia, non vogliono assolutamente essere fotografate, poiché qui si dice che le foto ti portano via l’anima.
Per questo motivo, le uniche immagini che riesco a offrirvi sono sempre da dietro o di sfuggita, ma dovrebbero bastarvi per farvi un’idea.

Da Tupiza siamo partiti per il noto tour di quattro giorni che sarebbe poi concluso nel sorprendente Salar de Uyuni.
I primi due giorni il tour si è concentrato sulle meraviglie naturali della regione che collega Tupiza al Salar, quindi lagune (nera, rosa, verde e colorata), fumi vulcanici, antiche rovine di città spagnole e Inca, formazioni rocciose e spazi immensi. Il tutto rigorosamente in un 4x4, poiché non esistono strade asfaltate.
Siamo stati fortunati poiché nella nostra auto eravamo, oltre al nostro conducente e guida Delfìn, solo in tre, quindi stavamo seduti molto comodi e potevamo gestire la cosa come più ci piaceva.
Il più bel giorno è stato senza dubbio il terzo, quando siamo arrivati all’hotel di sale (non immaginatevi il castello di Frozen, quanto piuttosto un capannone costruito con blocchi di sale) e, dopo esserci fatti una doccia, siamo andati a vedere il tramonto sul Salar.
Con mia assoluta meraviglia sono venuta a sapere da Delfìn che fino a 10 anni fa il Salar non esisteva nella sua forma odierna, o meglio non era altro che un immenso lago, lo specchio più grande del mondo.
Le piogge, una volta costanti, hanno portato a terra nei secoli tutti i minerali presenti nelle montagne andine circostanti (le Ande sono praticamente ammassi di minerali di ogni genere), andando a formare un bacino bianchissimo ricoperto da acqua. Con il cambiamento climatico, però, le piogge hanno iniziato a calare e ora l’acqua è presente soltanto nella parte iniziale del Salar e in quantità minime.
Inutile dire che la parte ricoperta di acqua è stata per me la più bella in assoluto. Mi ha trasmesso un senso di profondità, pace e calma che mi sono sentita piccola di fronte a un qualcosa di indescrivibile e assolutamente impossibile da fotografare con giustizia. L’acqua riflette perfettamente tutti i colori del cielo e nemmeno centinaia di persone vicine tra loro trpossono far sembrare quel posto affollato, semplicemente perché è infinito.

La mattina seguente ci siamo svegliati alle 5 per andare a vedere l’alba sul Salar. Purtroppo, siamo stati meno fortunati. Innanzitutto a causa delle nuvole che non ci hanno fatto vedere la mezzaluna gialla spuntare dall’orizzonte bianco. In secondo luogo, la gomma del 4x4 di Delfìn ha deciso di abbandonarci e, in mezzo al nulla, abbiamo dovuto procedere a cambiarla con tanto di pala per scavare il sale (il cric non era sufficientemente alto da permettere a Delfìn di togliere la gomma). Dopo due ore di manodopera, però, siamo riusciti a ripartire ed è lì che ci siamo “tuffati” nel deserto bianco più grande del mondo.
Sale ovunque in quantità inimmaginabili, caldo assurdo e orientamento tramite le montagne circostanti.

Il tour è stato meraviglioso, se non fosse per i postumi. Come vi dicevo, da tre giorni siamo in preda a un’influenza intestinale abbastanza aggressiva e ci sentiamo notevolmente debilitati.
Il cibo qui è buono ma, come ogni paese povero, la pulizia è un optional. Per non parlare degli ostelli e a volte pure degli hotel…

Dopo aver terminato il tour a Uyuni abbiamo preso il bus per l’orribile città di Potosì (solo traffico e tanto rumore) e da lì siamo scappati di corsa alla volta di Sucre, da dove vi sto scrivendo ora.
Nota come la capitale costituzionale dello Stato Plurinazionale della Bolivia, Sucre è una città davvero molto carina ed accogliente, con case coloniali e un numero abbastanza impressionante di cattedrali e chiese.
Non essendo amanti delle città ne abbiamo approfittato, come vi dicevo, per riposarci.

Stanotte ci aspetta il bus di 12 ore per la capitale vera: La Paz, anche questa oltre i 4200 m slm (non vediamo l’ora di scendere per tornare a respirare un po’!!!).
Spero di riuscire a scrivervi presto Amici.
Per ora vi mando un grande abbraccio… e voi mandatemi un po’ di forza fisica! ;)

 

Marta

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Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

  • P. IVA: 03449380546
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