Il Perù Inca: Arequipa, Cusco, il Machu Picchu e la montagna arcobaleno

03 Giugno 2019
Author :  

Mis queridos amigos,

siamo già in Ecuador, per l’esattezza nell’Hump Day Hostel di Quito, nell’attesa che uno shuttle ci venga a prendere e ci porti, in un viaggio notturno di 8 ore, nell’Amazzonia ecuadoriana per un’avventura che durerà cinque giorni.

Essendo rimasta indietrissimo con gli aggiornamenti, ne approfitto di queste ore libere per raccontarvi del meraviglioso viaggio in Perù.

Una volta passato il confine tra Bolivia e Perù in corrispondenza del lago Titicaca, ci siamo subito diretti con il bus verso la prima tappa in programma: Arequipa.
Arrivati ad Arequipa, ci è sembrato quasi di passare dal purgatorio al paradiso! Trattandosi di una città molto più turistica (come tutto il sud del Perù), i ristoranti erano già di un altro livello (= finalmente decenti), la gente molto più benestante e la città assolutamente in ordine e pulita.
Arequipa è stata una piacevolissima scoperta che ci ha permesso di iniziare il tour del Perù con una bella nota positiva.

Ad Arequipa ci siamo fermati due giorni pieni, più che sufficienti per visitare la città e qualche luogo d’interesse poco distante da lì.
Nota come “la ciudad blanca” (la città bianca) grazie alla pietra vulcanica (detta sillar) con cui è stata costruita tutta la cattedrale e la Plaza de Armas, Arequipa è anche famosa per il Monastero di Santa Catalina, di cui mi sono follemente innamorata.

In genere, non sono mai stata una fan di chiese e monasteri, ma questo qua era davvero speciale.
Un tempo solo accessibile dalle monache di clausura, che vivono ancora nel monastero ma in una parte diversa da quella a cui possono chiaramente accedere i visitatori, il monastero è una mini città con mura e case di colore azzurro o rosso pastello, due tonalità che mettono gioia solo a guardarle. Tutte le stanze visitabili erano dotate degli strumenti utilizzati una volta dalle monache, come forni in pietra lavica, filtri per l’acqua sempre in pietra (una cosa geniale!), letti e utensili di ogni genere.
In quel posto mi sono sentita in pace, come se la mia anima avesse ritrovato subito il suo equilibrio, e ho capito perché spesso le monache di clausura fanno questa scelta: una meditazione per la vita!
Avrei potuto passare lì tranquillamente diverse settimane.

Da Arequipa abbiamo anche fatto il tour verso i cantieri di “sillar”, dove cioè si estrae e si lavora ancora a mano la pietra estremamente porosa utilizzata per costruire gran parte della città.
Un altro tour importante è stato quello verso il Canyon del Colca, il secondo più alto del mondo.
Il tour non prevede una camminata nel mezzo del canyon, ma solo diverse fermate in punti panoramici da cui è possibile ammirare il canyon dall’alto.
Quando pensiamo ai canyon, spesso immaginiamo grandi rocce rosse e aride, influenzati dalle foto del Grand Canyon statunitense. Un canyon, però, non è altro che una spaccatura fra le rocce, per cui l’altezza della fenditura supera la sua lunghezza. Nel caso del Colca si trattava di un canyon ricco di selva.

È lì che abbiamo potuto avvistare per la prima volta i maestosi condor, gli animali più fedeli del mondo, anche detti spazzini della natura. Per chi non lo sapesse, i condor mangiano infatti soltanto carcasse, ripulendo quindi l’ambiente dai corpi in putrefazione. Non avendo artigli molto affilati, i condor catturano la preda con il becco. Nello specifico, il condor andino può volare ad altitudini impressionanti e preferisce volare di mattina, quando le correnti sono più calde e fa meno fatica a sostenersi. Con le correnti calde, il condor vola compiendo un movimento a zig-zag, mentre quando i venti sono freddi egli si sposta seguendo uno schema a spirale. Difficilmente il condor si ferma durante la giornata. In genere lo fa soltanto la sera, quando è ora di riposare.

Una volta accoppiato, il condor non abbandona mai il suo partner per il resto della sua vita. Il figlio viene accudito dalla madre, a terra, fino all’età di un anno. Una volta pronto a volare, il piccolo condor andrà a trovarsi un partner con cui passare il resto della vita.
Questo animale nobile e grandissimo (apertura alare di oltre 3 metri!) è, non a caso, uno dei simboli di molti paesi sudamericani, tra cui per l’appunto il Perù, la Bolivia e l’Ecuador, che lo raffigurano chiaramente negli stemmi delle proprie bandiere.
Vorrei dirvi molto di più, ma ho troppe cose da raccontarvi, quindi vado avanti.

Da Arequipa ci siamo spostati verso la prima meta di tutti i turisti e viaggiatori zaino in spalla del Sudamerica, quella a cui nessuno può rinunciare perché troppo importante e cruciale per comprendere la cultura di questo continente: Cusco.

Cusco era per gli Inca non solo la capitale dell’impero, ma anche il centro del mondo.
A Cusco si trova il Coricancha, il tempio centrale dell’impero, sede di tutti gli Inca (ovvero re) del popolo Quechua.
L’impero Inca si suddivideva in quattro maxi regioni, chiamate “suyos”: quelle del nord, sud, ovest ed est. Il punto di convergenza era appunto il palazzo dell’Inca, ovvero Cusco.
Ora farò veramente fatica ad essere breve, perché degli Inca c’è davvero troppo ma troppo da raccontare.
Provo comunque a darvi le informazioni principali.

Partiamo dal fatto che il termine Inca sta a designare solamente il “leader” e non l’intero popolo come siamo abituati a chiamarlo noi (che sarebbe il popolo quechua). La lingua dell’impero era, appunto, il quechua, che in una maniera che mi scalda enormemente il cuore è ancora una lingua vivissima in tutto il territorio dell’impero, a dimostrazione del fatto che gli invasori spagnoli (cretini e avidi, permettetemelo) sono riusciti a sopprimere tutto tranne la cultura e il senso di appartenenza a quella civiltà davvero pazzesca.

Vedendo i resti delle città, considerando che gli Inca non conoscevano l’uso della ruota e della scrittura e che si sono sviluppati tra il 1200 e il 1500 DC (quando da noi si dipingeva la Cappella Sistina), di primo acchito sembrerebbe una cultura molto arretrata. Poi però, andando ad approfondire la storia, si capisce che stiamo parlando dell'esatto opposto.
Gli Inca erano dei geni e, più di ogni altra cosa, dei guardiani della natura.

Ogni città che costruivano aveva una forma CHIARAMENTE visibile dall’alto. Cusco, ad esempio, era stata sviluppata seguendo la forma di un puma, animale sacro alla cultura andina perché simbolo di forza. La testa del puma coincide con le rovine di Sachsaywaman, una vecchia cittadella-tempio con pietre pesanti diverse tonnellate e levigate al millimetro in modo da incastrarsi perfettamente le une con le altre secondo un sistema di tetris.
Altre città assumono la forma di lama, altro animale sacro dell’impero.
Per non parlare della montagna scalfita a forma di viso (dai tratti chiaramente Inca) in modo tale da permettere al sole di penetrare e illuminare una "piccola" città durante il solstizio d’estate.

Tutte le città possiedono tempi con finestre che si allineano perfettamente al sole nei giorni di equinozio e solstizio.
La loro arte nel leggere le stelle e interpretare il sole era e rimane qualcosa di incredibile. Tutto, ripeto tutto nelle città Inca ha un motivo. Nessuna pietra messa a caso, nessuna casa senza una posizione sensata.
Il Machu Picchu, ad esempio, la grandiosa città Inca che poggia sulla montagna da cui prende il nome (Machu Picchu = vecchia montagna in lingua quechua), è stata costruita in un punto ben preciso, dove le montagne circostanti indicano esattamente i punti cardinali. In particolare, la punta della montagna Machu Picchu, vista dalla cittadella, indica proprio la direzione della capitale dell’impero, ovvero Cusco.
Gli animali sacri agli Inca erano, in particolare, tre: il condor, a simboleggiare l’aria e il cielo, il puma, simbolo di forza e coraggio e il serpente, simbolo di fertilità e della Pachamama, la madre terra.
Tutte cose che gli Inca avevano sapientemente ripreso dalle centinaia di culture pre-Inca annesse all’impero.

Gli Inca, infatti, non erano soliti conquistare con la forza. Il “leader” permetteva alle altre culture di annettersi offrendo in matrimonio una delle sue figlie (di solito i re facevano centinaia di figli). È così che l’impero si è espanso.

Le tasse si pagavano prestando lavoro per le opere pubbliche. I giovani partivano alla volta della capitale o di altri punti in cui l’Inca aveva deciso di costruire una città e lavoravano per tre o sei mesi (trasportando e lavorando pietre). Dopo tre mesi, vi era un ricambio di persone per avere energia sempre fresca.

E che dire dell’agricoltura? Con dei terrazzamenti studiati alla perfezione (uno dei quali a forma di utero femminile e di fallo maschile, a simboleggiare la fertilità), gli Inca erano in grado di far fruttare i difficili terreni andini e ottenere tutta una serie di prodotti: oltre 4000 tipi di patate e 300 avocado, mais, quinoa e molto altro ancora. Il cibo veniva coltivato nella stagione secca (calcolata attraverso il sole) e poi essiccato e conservato in grandi depositi per essere consumato nella stagione delle piogge.

Infine, gli Inca erano politeisti, ma tra gli dei più importanti vi era sicuramente il dio sole, motivo per cui la città di Cusco era una volta interamente ricoperta di oro, poi ovviamente saccheggiato dagli spagnoli.
Mi fermo qui, anche se faccio difficoltà, per riprendere con il racconto dei posti visitati.

Da Cusco abbiamo ovviamente visitato il Machu Picchu, scalando la difficilissima montagna su cui poggia la cittadella. L’impressionante meraviglia del mondo si trova in una zona semi-amazzonica, ovvero tra le Ande e l’Amazzonia. Questo la rende ancora più mistica e spettacolare perché le montagne sono ricoperte di vegetazione e nebbia.
Dopo aver scalato la montagna ed essere rimasti a bocca aperta circa 200 volte durante la salita e la discesa, abbiamo preso una guida e abbiamo fatto il giro della cittadella.
Sì, è vero che il Perù non è solo il Machu Picchu, è vero che il posto è super turistico, è vero tutto, ma andateci. È un’emozione grandissima!

Da Cusco abbiamo anche fatto l’escursione verso la montagna arcobaleno!
Un’altra faticata oltre i 5000 m slm, ma anche in questo caso ne è valsa davvero la pena.
Pare che fino a dieci anni fa la montagna fosse ancora coperta dal ghiaccio, motivo per cui nessuno si era accorto dell’assoluta bellezza che i tanti minerali diversi creano unendosi in righe dai colori tenui ma nettamente distinti tra loro.
In questo caso, solo le foto possono aiutarvi a capire (ma nemmeno troppo).

Infine, da Cusco abbiamo esplorato con un tour di un giorno il Valle Sagrado, ovvero la valle sacra degli Inca con le loro numerose città, i terrazzamenti e i posti di culto. Un’altra giornata meravigliosa alla scoperta di questa eccezionale cultura.

Mi fermo qui e procedo a scrivere il secondo articolo sul Perù (anche se forse ce ne vorranno tre).

Intanto vi mando un abbraccio forte e vi saluto da Quito,


Marta

94 Views
Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

  • P. IVA: 03449380546
  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Modulo contatti

  Mail is not sent.   Your email has been sent.
Top
We use cookies to improve our website. By continuing to use this website, you are giving consent to cookies being used. Cookie policy. I accept cookies from this site. Agree