Quito e la maestosa foresta amazzonica

11 Giugno 2019
Author :  

Carissimi Amici,
il conto alla rovescia per il gran ritorno è iniziato.
Vi scrivo da Salento, un paesino colombiano immerso nella valle del caffè, di cui vi parlerò nel primo articolo sulla Colombia.
Ora invece voglio raccontarvi della nostra settimana in Ecuador.

L’Ecuador era una tappa originariamente non prevista. Nella mia mente, saremmo dovuti passare direttamente dal Perù alla Colombia. Mentre studiavo la Lonely Planet in una delle ultime giornate neozelandesi, però, mi sono resa conto che il confine tra Perù e Colombia coincide con la foresta amazzonica. Ciò significa che è impossibile attraversare la frontiera da lì, a meno che non ci si trovi immersi nella foresta, in un punto indefinito dove il passaggio probabilmente è concesso solo agli indigeni.
Per questo, da Trujillo in Perù abbiamo dovuto prendere due lunghissimi bus (per una durata totale di un giorno e mezzo di viaggio), facendo una breve sosta di qualche ora a Guayaquil, per poi arrivare a Quito, la capitale dell’Ecuador. Da lì avevamo già prenotato un tour di cinque giorni in Amazzonia.

La foresta Amazzonica ricopre grandissima parte dell’America Latina centro-settentrionale. Per il 60% si estende in Brasile, per la restante percentuale in Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia e gli stati al nord del Brasile. L’Ecuador possiede appena il 3% di foresta.

L’Amazzonia era nelle nostre menti sin dall’inizio del viaggio e potevamo scegliere di visitarla, per l’appunto, dalla Bolivia, dal Perù, dall’Ecuador o dalla Colombia. Il punto più vicino sarebbe stato il Perù, ovvero Cusco. Da lì, infatti, la foresta dista appena poche ore, motivo per cui gran parte dei viaggiatori optano per questa soluzione.
Noi, però, volevamo far fruttare questo “passaggio obbligato” per l’Ecuador e non volevamo scegliere un punto troppo turistico, per questo siamo finiti nella riserva naturale di Cuyabeno, a 8 ore di bus + 2 di navetta + 2 di barca da Quito.

Una vera immersione nella natura selvaggia. Il tour è stato fantastico sin dal primo momento, quando dal punto di partenza nel fiume ci hanno fatto salire in una di quelle barchette-canoa strette e lunghe, senza appoggi laterali, così che a ogni curva sembrava di cadere nell’acqua marrone del fiume. Dal punto di partenza ci sono volute due ore fino ad arrivare alla Dolphin Lodge, il posto dove alloggiavamo.
In queste due ore abbiamo subito iniziato con gli “wow” e gli “ooooh” tipici di chi non conosce nulla di ciò che gli sta intorno.

La nostra guida, Galo, era giovane e preparata. E soprattutto aveva gli occhi di un alieno. Riusciva ad avvistare animali a una distanza impressionante mentre la barca andava molto veloce.
Nelle prime due ore per arrivare alla lodge abbiamo subito avvistato una “piccola” anaconda, un serpente che nuotava nel fiume, tre tipi di scimmie, due bradipi, farfalle colorate, tucani, il martin pescatore, altri uccelli di cui non conosco il nome in italiano e insetti di vario genere.
La lodge era abbastanza decente, sebbene non esistesse privacy perché le stanze erano separate da un muro che non copriva l’intera altezza del cottage, quindi si sentivano gli altri parlare e anche i vari rumori di quando erano in bagno ( :) ). Ma considerando che ci trovavamo nel bel mezzo della foresta amazzonica, di certo non ci aspettavamo un hotel di lusso. Un letto comodo era già più che sufficiente. L’acqua del bagno era quella del fiume (filtrata), quindi utilizzabile solo per la doccia ma non per lavarsi i denti per esempio. Inoltre, l’umidità era talmente alta che la sera le lenzuola erano praticamente zuppe di acqua. In quattro notti, infatti, non mi sono mai messa sotto le coperte perché sarebbe stato troppo fastidioso.

Nei giorni seguenti le attività sono state diverse. A ogni spostamento con la barca, comunque, venivano fatte delle pause quando avvistavamo degli animali. Per farci vedere da vicino i vari animali e fotografarli, Galo spesso avvicinava la barca a un punto che mi sarei volentieri buttata nel fiume per evitare che questi si avvicinassero. Ad esempio, ho visto diverse anaconde a una distanza di mezzo metro, con la barca che continuava a spingersi nella loro direzione.
Per fortuna, però, Galo e gli altri sono nati e cresciuti nella foresta e conoscono perfettamente i rischi legati a quel posto. Gli animali dell’Amazzonia, come d'altronde in generale tutti gli animali, non attaccano mai se non per difendersi. I serpenti hanno più paura di noi! Ed è per questo che ogni volta che ci avvicinavamo, a un certo punto, di scatto, si scioglievano dalla loro posizione gettandosi nel fiume.

Secondo la spiegazione di Galo, in natura esistono tre tipi di serpenti (non ricordo i nomi delle categorie in latino): quelli velenosi (come le vipere), quelli non velenosi e quelli che uccidono per strangolamento (come le anaconde e i boa (che abbiamo ugualmente avvistato). L’anaconda ha una digestione talmente lenta che mangia anche una volta ogni nove mesi.
Come tutti i serpenti, avendo il sangue freddo, l’anaconda durante il giorno cerca di esporsi al sole per ripristinare la temperatura nel corpo. Quindi il più delle volte è possibile avvistarla adagiata sui rami più bassi appena sopra il livello del fiume.

Il problema e la meraviglia che contraddistingue tutti gli animali della foresta amazzonica è che sono incredibilmente abili a mimetizzarsi con la natura. I serpenti si confondono perfettamente con i rami degli alberi (e i rami molto spesso sembrano serpenti), le rane da dietro sembrano foglie bucherellate, il bradipo sembra un’immensa noce di cocco, le farfalle colorate quando chiudono le ali sono nere, il caimano è verde come le foglie dietro cui si nasconde. Insomma tutti sono difficilissimi da avvistare e stanno bene attenti a non farsi notare dai propri predatori.
L’unica eccezione, forse, sono le scimmie, più facili da notare perché saltano come pazze muovendo un sacco di alberi, anche perché girano sempre in gruppi molto grandi.

Un altro incredibile esemplare che abbiamo (intra)visto è il delfino rosa d’acqua dolce, scientificamente noto come Inia. Questo delfino popola l’intera area amazzonica e non si spinge mai verso il mare. Il suo habitat ideale è la foresta durante la stagione delle piogge, quando il livello dell’acqua è più alto. Si dice rosa perché quando si affanna molto la sua pelle si surriscalda proprio come la nostra, cambiando la tonalità in rosa-rossastro. Per sopravvivere meglio agli attacchi di caimani, anaconde e predatori vari, questo tipo di delfino ha subito un’evoluzione per cui le sue vertebre cervicali non sono collegate tra loro, il che gli permette di ruotare la testa di quasi 90 gradi e avvistare gli altri animali (a differenza dei comuni delfini di mare). Questa specie è in via d’estinzione e la minaccia più grande è costituita da… indovinate chi? Sì, sempre lui: l’uomo, soprattutto i non indigeni. Questi delfini sbuffano tantissimo quando prendono aria e non sono amichevoli come quelli di mare (non ti saltano intorno e non amano farsi vedere).

Ma torniamo alle varie attività. Oltre agli avvistamenti in barca, il tour prevedeva anche il bagno in laguna con tramonto, la camminata di giorno, la camminata notturna, la visita a un villaggio indigeno con preparazione del pane di yuka e incontro dello shamano e una passeggiata in canoa.
Ognuna di queste attività è stata a dir poco meravigliosa. La camminata di giorno, in particolare, è stata eccitante perché pioveva molto. Dotati di poncho impermeabile e stivali di gomma, insieme al nostro fantastico gruppo composto da due neozelandesi, un’australiana, quattro francesi e una scozzese ci siamo fatti coraggio e, dietro la guida del nostro caro Galo, abbiamo iniziato ad addentrarci nella foresta a piedi.
Galo ci ha spiegato le proprietà di alcune piante (contro gli insetti, per la cura di varie malattie ecc.) ed è incredibile come la natura ci offra in realtà proprio tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Ci ha spiegato che le liane non sono altro che delle piante parassite che si attaccano agli alberi, fanno le radici e cercano di spingerle fino a terra in modo da sopravvivere. Le liane, quindi, non sono altro che radici di alberi parassiti. Inoltre, Galo ci ha fatto notare cose a dir poco impressionanti, il più delle volte provenienti da esseri grandi appena pochi millimetri.

Una storia che mi è rimasta nella testa, ad esempio, è quella della formica zombie. Esiste un parassita, nella foresta, che si insidia negli insetti, appropriandosi lentamente del loro cervello. Quando arriva al cervello, l’insetto inizia a camminare, per l’appunto, come uno zombie, perché guidato dal parassita. Nel caso della formica, il resto del gruppo abbandona la compagna malata per evitare ulteriori infestazioni. Il parassita in controllo dell’insetto lo fa muovere fino a raggiungere il punto in cui deve andare per nutrirsi. In questo caso, il parassita aveva fatto camminare la formica verso un mucchietto di muschio sotto il tronco di un albero. A questo punto, l’insetto muore e il fungo “sboccia” proprio come un fiore. L’immagine è proprio quella di una formica perforata nella testa con una specie di fiorellino dalle bacche rosse che fuoriesce.

Incredibile, no?
Ma restando sulle formiche, che sono le regine indiscusse della foresta per intelligenza, numero, forza e dedizione, ne abbiamo conosciuto da vicino due tipologie molto interessanti: le formiche taglia-foglia e quelle chirurghe. Le prime tagliano delle foglie specifiche conosciute in quanto generatrici di funghi. Centinaia di migliaia di formiche caricano sul dorso minuscole parti di foglie e le portano tutte insieme dentro la loro tana (in genere un buchetto per terra). Una volta dentro, le formiche ricostruiscono le foglie e attendono che nasca il fungo per poi cibarsene. Inutile dire che le formiche lavorano anche tutta la giornata fino a che il progetto non è stato portato a termine.

Le seconde, ovvero le formiche chirurghe, fanno ancora più impressione. Nel mezzo della foresta Galo chiede a uno dei ragazzi di dargli la mano. Scott allunga la mano, Galo prende una formica chirurga e gliela mette sul dito. A questo punto Scott tira un urlo bello forte, e come lui anche Hayden e Antoine. Le formiche si aggrappano fortissimo al dito e, una volta rimosse (senza spezzare le zampe), le dita dei nostri amici sanguinavano. Perché? Queste formiche hanno il potere di tagliare o ricucire le ferite. Se si ha una ferita aperta e si lasciano sopra alcune di queste formiche, esse a quanto pare sono in grado di ricucire la ferita.
Tra i popoli amazzonici del Brasile si usa addirittura fare il bagno di formiche chirurghe a dimostrazione del raggiungimento dell’età adulta di un uomo.

Proseguendo la camminata, siamo poi giunti in un punto noto come la foresta allagata. Abbiamo letteralmente camminato in mezzo alle acque marroni dove i serpenti amano nascondersi, spesso cadendo perché l’acqua era davvero alta, e riempendoci gli stivali di fango e detriti. Ma è stato fantastico!

A questo punto eravamo già a un numero indeterminato di “wow”, ma c’era ancora la camminata notturna, dove abbiamo avvistato tarantole, ragni immensi di ogni genere, rane, scorpioni, insetti e un animale simile a un topo supergigante di cui non ricordo il nome. In quell’occasione abbiamo anche creato la “torcia della giungla”. Utilizzando la resina di un albero nota anche come incenso della giungla, una foglia grande simile a quelle di banana e un rametto, Galo ha creato da zero questa torcia di emergenza che ho tenuto io per tutta l’escursione e che è durata più di un’ora e mezzo! Profumo buonissimo, ottimo rimedio contro gli insetti e completamente naturale. Wow!

Anche la visita al villaggio è stata interessante, con i bambini che giocavano sotto l’acquazzone e si tuffavano nel fiume (dove io non avrei messo nemmeno un dito), la signora con cui abbiamo preparato il pane tipico di quelle zone (la yuka è un tubero della consistenza di una carota, che viene poi grattugiato e dalle scaglie stese su una piastra si ottiene una specie di pane) e lo shamano.

Ma la parte più bella in assoluto, per me, è stata la mattinata in cui io e Jof, accompagnati da Pilo, abbiamo fatto l'uscita in canoa. Poiché eravamo soli e dovevamo remare perché la barca non era a motore, abbiamo potuto ascoltare per la prima volta i magnifici suoni della foresta. Questo mi ha permesso di immergermi ancora di più in quell’atmosfera e di avvistare tanti altri animali liberi. Mentre stavamo osservando le scimmie nere con la canoa sotto un albero dai rami sporgenti, Pilo ci fa notare con estrema semplicità che sopra la nostra testa c’era un serpente. Ovviamente, per lui non c’era nulla di cui preoccuparsi. Io invece a momenti salto giù dalla barca. Comunque, il serpente si muoveva molto lentamente cercando di scappare da noi e non era molto grande.

L’avvistamento più bello è stato senza ombra di dubbio quello di una mamma bradipo con il suo bradipetto attaccato sul petto che dormiva e tirava fuori la lingua a intermittenza in segno di assoluta pace e felicità. La mamma teneva il cucciolo stretta a sé con il braccio sinistro, mentre con il destro era appesa all’albero che li sorreggeva. Una scena da sciogliere il cuore, un’emozione unica (soprattutto perché i bradipi si muovono in modo lentissimo ed è raro vederli da davanti e molto bene).

Come sempre, potrei andare avanti per ore a raccontarvi di tutte le curiosità che abbiamo imparato, ma l’articolo è già abbastanza lungo e non mi spingo oltre.
Concludo dicendo che Quito è una città molto carina, apparentemente tranquilla ma che in realtà è l’unica città in cui hanno provato ad aprirmi lo zaino e rubarmi qualcosa (senza riuscirci grazie agli occhi felini di Jof) e in cui moltissimi “gringos” o stranieri sono stati derubati di cellulari e portafogli. Motivo per cui la città è piena di poliziotti, che in molti casi per fortuna riescono a recuperare la refurtiva.

In Ecuador si usa il dollaro americano. Molto strano, lo so, ma alla fine degli anni 90 l’inflazione era talmente alta che il governo ha deciso di passare al dollaro, con la conseguenza che i prezzi sono lievemente più alti rispetto agli altri paesi dell’America Latina.
Anche qui, ci sono moltissimi venezuelani per strada che chiedono le elemosina. Alla frontiera c’è una fila di venezuelani di diverse ore. Gli altri popoli dell’America Latina non li vedono molto bene perché dicono che, scappando da un regime comunista, sono comunque persone non abituate a lavorare e per questo preferiscono stare per strada con i figli a chiedere le elemosina piuttosto che accettare le loro offerte di lavoro. In ogni caso, è triste vedere così tanti giovani scappare dal loro paese perché muoiono di fame.
Dopo diversi giri e zone che abbiamo percepito come molto poco sicure, siamo riusciti a passare il confine e ora siamo in Colombia, che è già 100% Caraibi, colori, salsa e clima tropicale. Siamo pronti!
A presto,
Marta

82 Views
Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

  • P. IVA: 03449380546
  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Modulo contatti

  Mail is not sent.   Your email has been sent.
Top
We use cookies to improve our website. By continuing to use this website, you are giving consent to cookies being used. Cookie policy. I accept cookies from this site. Agree