La Colombia che ti travolge: Cali e Salento

21 Giugno 2019
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Dear friends,
so che da voi si muore dal caldo, ma vi assicuro che qui è mille volte peggio. Siamo ufficialmente nel mar dei Caraibi, nella stagione più calda. L’umidità è talmente alta che manca l’aria e appena si cammina due minuti si è già completamente bagnati dal sudore.
Siamo a Cartagena de Indias, la quarta città più grande della Colombia a nord-est del paese.
Ma come siamo arrivati fin qui?

Il nostro viaggio in Colombia è iniziato a Cali, città nota per il suo cartello di droga che ha causato innumerevoli morti, soprattutto in relazione alla lotta contro il cartello di Medellin guidato da Pablo Escobar.
Cali è una città molto poco turistica perché situata in una zona che non ha molto da offrire. Tuttavia, rappresenta quasi un passaggio obbligato per numerosi viaggiatori come noi che, partendo dalla frontiera tra Ecuador e Colombia, vogliono dirigersi verso nord e per farlo sono costretti ad affrontare viaggi in bus di 16 ore. Se non si vuole restare in bus per due giorni di fila, quindi, conviene fermarsi a Cali.

Come detto, di per sé la città ha ben poco da offrire in termini di siti storici o paesaggi. Ciononostante, Cali ha moltissimo da offrire in termini di cultura e conoscenza degli usi e costumi colombiani.
Come prima città colombiana da noi visitata e venendo dall’Ecuador e più in generale dal sud dell’America latina, Cali e la Colombia ci hanno subito riempito gli occhi di colori, musica e vitalità. Insomma, abbiamo capito dal primo istante di essere arrivati in un paese caraibico.
Anche se in Ecuador si iniziava già a respirare una certa aria di apertura e vivacità, in Colombia la situazione si è completamente ribaltata rispetto agli altri paesi latinoamericani da noi visitati in questi mesi.

Cali è nota in Colombia come la capitale della salsa. Sì, lo so che la salsa è nata, regna e regnerà per sempre sovrana a Cuba, ma a quanto pare in questa città della Colombia la gente ne va davvero matta (anche se quando la ballano i colombiani non c’è proprio paragone con i cubani, che dominano la scena con figure e interpretazioni musicali uniche al mondo, mentre i colombiani si limitano ai passi base o poco più).
Ad ogni modo, se sei un abitante di Cali e non ascolti salsa a tutto volume in macchina, in casa, nel tuo ufficio o nel tuo negozio non sei nessuno.

In ogni regione della Colombia si hanno balli tradizionali diversi, la maggior parte dei quali con radici africane. Ciò è dovuto chiaramente al fatto che nel periodo coloniale i conquistatori spagnoli portavano schiavi dall’Africa a flotte, con la conseguenza che ora in queste zone vi sono molti più mulatti e persone di colore che bianchi. La presenza degli schiavi africani ha portato, tra le altre cose, allo sviluppo di musiche e balli stupendi come cumbia, vallenato, champeta, salsa, rumba e molti altri.

Inoltre, l’amore degli africani per i colori è visibile ovunque: non solo nei vestiti della gente, sempre brillanti e vivaci, ma anche nelle case (decorate e colorate), nei cibi e in generale nei visi della gente.

A Cali abbiamo trascorso una notte e passato due giornate, visitando il centro storico e il quartiere con il Cristo Rey (identico a quello di Rio de Janeiro ma in scala ridotta). Diciamo che, tra le tante città visitate, questa è quella in cui abbiamo percepito maggiore aria di pericolo. Non ci è successo nulla e probabilmente eravamo semplicemente partiti prevenuti, ma appena ci allontanavamo un po’ dal centro ci sembrava di vedere sguardi diversi nella gente e in generale percepivamo meno sicurezza.

Da Cali abbiamo poi preso un bus di sei ore circa e siamo arrivati a Salento, una cittadina stupenda al centro della “Zona Caffetera”, la regione dedicata alla coltivazione delle piantagioni di caffè.

A Salento, oltre a passeggiare per le varie stradine piene di negozi con prodotti artigianali e ricche di colori di ogni genere, abbiamo fatto due escursioni.

La prima è stata una giornata di trekking di 7 ore circa nella Valle del Cocora. La valle è famosa per le sue palme da cera, eccezionali e molto suggestive. Queste palme sono le uniche al mondo ad essere in grado di sopravvivere a un’altitudine di oltre 2000 mslm (tutte le altre si trovano generalmente a 0 mslm in corrispondenza delle spiagge). La loro caratteristica è il tronco lunghissimo, molto sottile, liscio e ricoperto di cera. Queste palme possono crescere fino a 70 metri e sono, guarda caso, in via di estinzione. Esse vivono in questa zona umidissima della Colombia dove molto spesso piove, motivo per cui le palme sono quasi sempre circondate da nebbia nel pomeriggio, il che le rende ancora più affascinanti e anche un po’ mistiche. Il trekking è iniziato dalla valle dove abbiamo visto le palme ed è poi proseguito per ben cinque ore lungo un percorso che attraversa la foresta passando per fiumiciattoli, ponti, santuari di colibrì, salite e discese. La parte più bella è stata quella iniziale, ma in generale è stata una giornata molto interessante seppur faticosa.

La seconda uscita che abbiamo organizzato da Salento è stata invece la visita a una delle “fincas cafeteras”, ovvero una delle piantagioni di caffè della zona.
Basandoci sui suggerimenti dei viaggiatori su TripAdvisor, abbiamo scelto la Finca El Recuerdo di Don Carlos, un uomo eccezionale, un vero e proprio visionario dal cuore grandissimo.

Perché un visionario? La sua “finca” è molto diversa da quella di tutti gli altri coltivatori. Oltre 25 anni fa Don Carlos, affermato agronomo responsabile di trasmettere ai futuri coltivatori l’arte della coltivazione del caffè, ha completato un perfezionamento proposto dalla sua azienda e si è appassionato di policoltura, un metodo di coltivazione utilizzato anticamente (prima dell’avvento dell’industria e del capitalismo) che prevede la coltura di determinate piante all’interno di un ecosistema che contiene altri tipi di piante. Nella fattispecie, anziché avere ettari di terra pieni di piante di caffè e solo piante di caffè, Don Carlos ha progettato e sviluppato un’area caratterizzata dalla presenza di piante di caffè insieme a centinaia di altre piante come limone, platano, ananas, papaya, mango, anice, rosmarino, coca e moltissime altre.
Queste piante, oltre a essere utilizzate da Don Carlos e la sua famiglia a scopi medicinali o per nutrirsi, sono di vitale importanza per le piante di caffè che l’ex agronomo coltiva.

Innanzitutto, dobbiamo considerare che la pianta di caffè è una pianta nata in Etiopia, in un ambiente umido e subtropicale, pertanto cresce in modo ottimale nella fascia subtropicale della terra (il primo a portare il seme del caffè in Colombia fu un olandese). Ciò significa che la pianta di caffè necessita di molta umidità ma anche molta ombra, poiché il sole la seccherebbe. In un sistema di monocultura, dove tutte le piante diverse vengono eliminate per ottenere il maggior numero possibile di piante di caffè e quindi aumentare la produzione e di conseguenza il profitto, queste condizioni naturali vengono meno e per ovviare al problema si ricorre all’uso di fertilizzanti e sostanze chimiche. Nel sistema di policoltura adottato da Don Carlos, invece, le altre piante più alte proteggono le piante di caffè dal sole e dall’eccessivo afflusso di acqua, rendendo superfluo l’utilizzo di sostanze chimiche. Inoltre, le foglie delle altre piante che cadono e si depositano intorno alle piante di caffè producono un compost naturale, ovvero un terriccio umido che permette alla pianta di caffè di nutrirsi e crescere sana. Allo stesso modo, le piante di natura diversa sono spesso la casa di determinati insetti in grado di uccidere i parassiti o i funghi che colpiscono la pianta del caffè, offrendo così un rimedio naturale al problema. Insomma, in un sistema di policoltura la produzione diminuisce a causa del minor numero di piante di caffè, ma allo stesso tempo la qualità del prodotto finale è molto più alta, l’ambiente non viene danneggiato, le sostanze chimiche non esistono e c’è cibo per tutta la famiglia.

Basti pensare che, appena arrivata, alla mia domanda “questa terra è la sua?” Don Carlos ha risposto “no, io la gestisco e basta… la terra non appartiene a nessuno”.
Un uomo umile e coraggioso, che di fronte alle regole del capitalismo ha preferito l’amore per la natura e quello che lui definisce la maniera “logica” di fare le cose, perché la natura è perfettamente in grado di autoregolarsi. Secondo Don Carlos, i suoi antenati hanno utilizzato per secoli questo metodo. Quando poi sono arrivati i colonizzatori spagnoli, tutto è cambiato. “I miei colleghi pensano che tutto quello che viene dall’occidente è oro, ma noi non viviamo nel Mediterraneo e qui la monocoltura non può funzionare… preferisco avere meno caffè ma più buono… a me non serve più di questo… mi ci sono voluti 25 anni per completare questo progetto, perché le piante non crescono dall’oggi al domani, ma ora che il progetto è compiuto io sono a posto con la mia coscienza e non mi manca nulla”.

Nella visita Don Carlos ci ha spiegato la produzione del caffè, dalla raccolta dei chicchi fino alla tostatura. Abbiamo poi assaggiato il suo caffè (il caffè colombiano viene considerato tra i migliori al mondo) e parlato di molte curiosità. È stata una giornata meravigliosa e sono felice di aver scelto la sua “finca” e non quelle tradizionali.

Tornando al nostro viaggio (e concludendo), da Salento ci siamo spostati a Medellin, ma qui mi fermo perché non basterebbero altre tre pagine. Nel prossimo articolo ripartirò proprio da quella che fino a 25 anni fa era la città più pericolosa del mondo e che oggi è un esempio internazionale di ripresa e sviluppo.

Per ora un carissimo saluto dalla bollente Cartagena!

A presto/prestissimo Amici,


Marta

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Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

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