Storie di leggende e profumo dei Caraibi: Medellin, Santa Marta e il parco Tayrona

29 Giugno 2019
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Cari Amici,

eccoci al penultimo articolo di questi intensi otto mesi alla scoperta del mondo.
Vi avevo lasciati a Salento, la graziosa cittadina immersa nel verde tra le palme da cera e le piantagioni di caffè.
Ora il racconto prosegue nella città colombiana che di sicuro avrete sentito nominare più spesso: Medellin.

Un tempo capitale mondiale del narcotraffico, Medellin si trova oggi nel pieno della rinascita, al punto che le altre città della Colombia sono gelose dell’attenzione e dei sussidi che il governo riserva a questa città.
In generale, in Colombia abbiamo messo un po’ da parte la storia antica (sebbene vi fosse molto da scoprire anche in questo ambito) per dedicarci di più alla storia moderna e vivere concretamente la gente del posto.

Appena arrivati a Medellin abbiamo prenotato un tour di circa mezza giornata alla scoperta della storia e dei luoghi cruciali relativi a Pablo Emilio Gaviria Escobar.
Jof era ancora più curioso di me poiché aveva già visto Narcos. Io, invece, non avevo ancora visto la serie e quindi non sapevo praticamente nulla al riguardo.
Appena il tempo di salire in macchina che la nostra guida, Kevin, ha iniziato subito con la storia dell'infanzia di Pablo, specificando che l’obiettivo del tour non era quello di idolatrare il bandito che ha ucciso centinaia di colombiani, quanto piuttosto quello di aiutare i turisti a comprendere una parte fondamentale della storia colombiana.

Moltissimi cittadini colombiani, infatti, vedono con molto disprezzo gli organizzatori di tali tour perché pensano che i turisti, dopo il successo della serie Narcos, considerino Pablo quasi un eroe o comunque una figura non del tutto negativa.
La realtà è che, quando si parla di Escobar, la città di Medellin è spaccata in due.
Avendo quest’ultimo costruito un intero quartiere per coloro che vivevano nelle baracche e regalato soldi ai più poveri soprattutto durante la sua campagna elettorale, vi sono moltissime persone che lo elogiano e lo considerano ancora al pari di un santo. Non a caso, la sua tomba è sempre colma di fiori e il quartiere da lui costruito si chiama ancora quartiere Pablo Escobar, con graffiti e frasi dedicate a lui.
L’altra parte della città, invece, è rappresentata da coloro che hanno perso i propri cari a causa di Pablo e del cartello di Medellin, che hanno subito attacchi, bombe e sparatorie e che considerano Escobar un vero e proprio demonio da dimenticare.
Sia quello che sia, è certo che questa figura ha cambiato per sempre il volto della Colombia e in parte anche degli Stati Uniti.

Pablo Escobar ha portato il traffico di cocaina a livelli incredibili, creato una rete vastissima di sostenitori e stravolto ogni forma di potere, il tutto facendo leva sull’ignoranza e la povertà della gente, su un passato storico che vede i colombiani come figli di un’indipendenza bolivariana che non è mai riuscita ad unificare correnti di pensiero molto diverse (e divenute poi guerriglie) e su una posizione geografica che vede la Colombia come punto di collegamento tra le piantagioni di coca di Bolivia, Peru e Cile e i mercati del nord.

Il nostro tour prevedeva la visita a quattro luoghi peculiari della vita del narcotrafficante: ciò che resta della prigione da lui autocostruitasi a seguito del contratto con il governo, il quartiere da lui costruito per i più poveri, il posto dove lo hanno ritrovato ed ucciso e infine il cimitero con la sua tomba e quelle della sua famiglia.

Una cosa in particolare mi è rimasta dentro più delle altre. Lavorando con le parole, per me la ricerca del senso dietro alle singole lettere è sempre stata fondamentale. E la dedica che ho letto nella tomba di Escobar mi ha lasciato di stucco per diversi minuti, poiché di una forza evocativa incredibile. Leggendo quella frase, mi sono calata nei panni di chi l’ha scritta (forse la madre) e ho avuto quella sensazione per cui senti di non poter giudicare (né dentro né fuori di te), semplicemente perché non conosci affatto quella persona, così come non la conosce nessun altro intorno a te. Il giusto e lo sbagliato qui diventano concetti assolutamente relativi.

La frase in spagnolo recita “Fuiste un conquistador de sueños imposibles, màs allà de la leyenda que hoy simbolizas; pocos conocen la verdadera esencia de tu vida”, che tradotto in italiano equivale a un qualcosa come: sei stato un conquistatore di sogni impossibili, ben oltre la leggenda che oggi simboleggi; pochi conoscono la vera essenza della tua vita.

Dal 1991, ovvero dalla cattura di Escobar e la fine del cartello di Medellin, la città è tornata a vivere. Nel giro di 25 anni il governo locale ha attuato piani di inclusione sociale e recupero delle periferie che prevedono la costruzione di ospedali, scuole e asili. I ragazzi di strada che ancora abitano i “comuna” più poveri come “Comuna 13” sono ormai parte integrante del business turistico, dipingono graffiti, ballano per strada, studiano l’inglese e in generale hanno trovato il modo di esprimersi e sopravvivere senza ricorrere alla criminalità.
Medellin vanta ora il sistema di trasporti più moderno della Colombia, con una metropolitana, una funivia e la prima e unica scala mobile del Sudamerica.
Al contrario di quanto si possa pensare, la città è molto sicura, la movida di notte è onnipresente e le donne sono di una bellezza a dir poco impressionante. Molto appariscenti e vanitose, sempre truccate e ricche di curve, anche per me è stato impossibile non ammirarle!

A Medellin ci siamo fermati tre giorni: uno per il tour di Escobar, uno per il tour di Comuna 13 e dei graffiti di protesta e rinascita di questo quartiere (noto come il più povero della città, da dove Escobar reclutava la gente in quanto bisognosa) e uno per una gita di un giorno nella vicina Guatapé, un paesino coloniale famoso per le sue case dalle decorazioni coloratissime e per la sua roccia gigante (El Penol) dall'alto della quale è possibile ammirare la laguna sottostante.
Guatapé è stata una piacevolissima scoperta, una cittadina turistica molto sicura e piena di negozietti artigianali, vivace e ricca di cultura.

Da Medellin abbiamo poi preso l’ennesimo bus di 17 ore e ci siamo diretti a Santa Marta.
La fermata a Santa Marta in realtà ci serviva solo per recarci al parco nazionale Tayrona, accessibile soltanto a piedi e distante circa 20 km dalla città che porta il mio nome.
Non avevo letto grandi cose su Santa Marta, ma in realtà la città non ci è affatto dispiaciuta.

Partiamo dal presupposto che Santa Marta si trova sul mar dei Caraibi, l'umidità raggiunge anche il 90% e si respira aria caraibica in tutti i sensi. Qui si notano più persone di colore con lineamenti a tratti anche estremamente diversi da quelli riscontrati al sud, si balla tantissimo (come d'altronde in tutta la Colombia) e c'è frutta tropicale di ogni genere. Il centro storico di sera si ravviva grazie ai numerosi artigiani e artisti che si esibiscono per le viuzze strette della città.
A parte cadere con una gamba intera dentro a un tombino pieno di acqua putrida e patire l'afa come se fossimo perennemente all'interno di un bagno turco, si può dire che da Santa Marta siamo arrivati sani e salvi all’ingresso del parco Tayrona il giorno seguente.

Il parco, una distesa di palme, rocce grandissime e sabbia, si percorre interamente in 2-3 giorni e permette di accedere a diverse spiagge (purtroppo il mare è quasi sempre molto agitato, quindi non tutte le spiagge sono accessibili e in generale non ci si devono aspettare le classiche spiagge caraibiche da cartolina con acqua piatta e mare cristallino). Noi abbiamo deciso di fare il parco in due giorni, fermandoci a dormire in uno degli “alloggi” adibiti al suo interno.
Per alloggio, nel nostro caso, intendo due amache con retino antizanzara, a 200 metri dalla spiaggia e in mezzo a palme e tanti insetti. Un’esperienza non facile ma davvero unica!

Il primo giorno abbiamo percorso il tragitto, intervallando la camminata con dei bagni rinfrescanti in mare, fino ad arrivare poco oltre il posto in cui avremmo dormito (ad Arrecifes). Il secondo giorno abbiamo proseguito a piedi per 40 minuti fino a raggiungere Cabo San Juan, il punto più turistico del parco ma anche quello, a mio avviso, più carino. Da lì abbiamo atteso la barca che alle 16 ci avrebbe portato all’estremità opposta del parco, da cui avremmo preso il bus per tornare a Santa Marta. Date le onde altissime, il ritorno in barca di un’ora è stato un vero e proprio viaggio della speranza, ma anche divertente (a seconda di come la si vuole vedere).

Il parco Tayrona si chiama così a causa della popolazione indigena precolombiana che un tempo abitava queste zone, per l’appunto i Tayrona. Questo popolo usava più che altro visitare il parco per venerare il mare, la terra e in generale la natura. Per questo motivo, il parco è dotato di cartelli con dediche agli elementi della natura e spiegazioni relative a come questi venivano considerati e venerati dai Tayrona.
In generale, mi aspettavo qualcosa di meglio dal parco Tayrona, forse perché tutti lo decantano come uno dei luoghi più belli della Colombia (quindi le mie aspettative erano belle alte). In realtà, dopo Cabo San Juan non si può proseguire a piedi, quindi l’unico modo per visitare il parco è spostarsi con le costosissime barche o comprando costosissimi tour. Le scimmie e gli animali selvatici presenti nel parco non si spingono fino alle spiagge anche e soprattutto a causa delle persone che trafficano il sentiero, quindi è pressoché impossibile avvistare animali se non granchi, lucertole e uccelli. Infine, il fatto che in molte spiagge non si possa nuotare limita di fatto l’esperienza a tre spiagge. Il tutto potrebbe risultare diverso se, appunto, si comprano passaggi in barca o se ci si spinge un po’ più dentro la giungla (nel nostro caso il sentiero che conduce alle rovine del “Pueblito” era chiuso, quindi nemmeno quello).
Comunque una bellissima esperienza e, non fraintendetemi, un posto meraviglioso, ma magari dopo le bellezze naturali viste in Nuova Zelanda o anche nelle Filippine, il parco in questione non ci ha colpito come avremmo sperato.
Intanto, però, i nostri polmoni si erano già abituati al caldo impossibile e noi eravamo pronti per la tappa successiva di cui vi parlerò nel prossimo e ultimo articolo, ovvero Cartagena.

A presto my friends :)

Marta

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Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

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