Cartagena de Indias, San Andrès e il grande ritorno

30 Giugno 2019
Author :  

Liebe Freunde,

come preannunciato, ecco qui l’ultimo articolo sulla Colombia e sul nostro incredibile viaggio durato otto mesi.
Se consideriamo le rotte percorse, possiamo dire di aver letteralmente circumnavigato il mondo. Da Roma alle Filippine, dalle Filippine alla Nuova Zelanda, dalla Nuova Zelanda attraverso il Pacifico fino a Buenos Aires, da lì via terra fino a Bogotà e da Bogotà si torna a Roma!

Circa tre mesi fa iniziava la nostra avventura sudamericana. Da Buenos Aires verso il nord, poi Bolivia, Perù, Ecuador e infine Colombia. Il tutto via terra tramite bus perlopiù notturni.
E ora eccoci qua, a Bogotà per l’esattezza, la capitale della Colombia, da cui prenderemo l’aereo per Madrid e poi per casa.
Prima di fare un resoconto finale, vorrei però raccontarvi delle ultime tappe di questo splendido paese, che sono state Cartagena, le isole di San Andrès e ovviamente Bogotà.

Dopo Santa Marta, arrivare a Cartagena è stato piuttosto facile. La città si trova infatti sempre sul mar dei Caraibi e ci sono volute appena cinque ore di bus.
La città di Cartagena è nota come la “ciudad amurallada” ovvero la città murata grazie alle antiche mura coloniali che circondano la sua parte più antica, oggi corrispondente al centro storico.
Cartagena de Indias è una città fondata proprio nel periodo coloniale. Le sue mura la rendono davvero speciale, le stradine all’interno sono strette e caratterizzate da case con portoni decorati e balconi in legno dal perfetto stile coloniale.
Naturalmente, con il tempo Cartagena ha vissuto una forte espansione e oggi, oltre le mura, si sviluppano la parte più ricca della città in corrispondenza del porto così come altri quartieri ben più grandi dove però i turisti non vanno spesso perché non c’è molto da vedere.
Cartagena è anche rinomata per la storia legata agli schiavi d’Africa, che gli spagnoli portavano a flotte, abusandone e privandoli di ogni diritto. Lo sappiamo, no? Gli schiavi erano considerati veri e propri animali.
Durante il tour gratuito della città ci sono state raccontate diverse curiosità, tra cui la seguente. Dopo il lavoro, gli schiavi tornavano nelle loro case in un paese che si trova a due ore a piedi da Cartagena, noto come “San Basilio de Palenque”. Per evitare ulteriori abusi, gli schiavi riuscirono sempre a tenere segreto questo posto, difficilmente accessibile se non si conosce la strada. Un luogo che, di fatti, gli spagnoli non hanno mai scoperto. La cosa sorprendente è che, per comunicare il sentiero e come raggiungere il posto, le donne africane utilizzavano le trecce nella loro testa. Ciò significa che si pettinavano formando delle vere e proprie mappe nella loro testa così da aiutare gli altri schiavi a raggiungere San Basilio.
Inoltre, un'altra curiosità che mi ha colpito è stata quella del pianto delle donne africane. Ogni volta che una di loro rimaneva incinta, la comunità piangeva di tristezza, perché sarebbe venuto al mondo un bambino destinato a diventare schiavo, mentre ogni volta che una persona moriva si piangeva di gioia perché il defunto si sarebbe ricongiunto con i suoi cari rimasti in Africa.
Si era tristi perché si nasceva e si era felici perché si moriva. Questa era la vita degli schiavi.

Cartagena oggi è piena di “palenqueras” ovvero discendenti africane degli schiavi che vivevano a San Basilio de Palenque, vestite nel modo tradizionale di una volta, con gonne spagnoleggianti a balze e colori vivacissimi, con una fascia annodata in testa e una ciotola piena di frutta che trasportano sulla testa, senza utilizzare le mani. Queste donne continuano a vestirsi così per un motivo puramente turistico. Si fanno pagare per fare le foto o, in alternativa, vendono la frutta che trasportano.
Devo ammettere, però, che la città senza di loro apparirebbe molto più noiosa e che comunque esse sono la testimonianza viva della crudele storia passata.
Cartagena de Indias divenne nel passato il porto più importante per i coloni spagnoli in Sudamerica e assume oggi un ruolo fondamentale in quanto punto strategico per visitare il nord e accedere alle isole caraibiche. Anche noi, infatti, abbiamo approfittato della posizione per concederci cinque giorni in uno dei tanti paradisi caraibici.

Più vicina al Nicaragua che alla Colombia, l’isola di San Andrès è un’isola colombiana nel mezzo dei Caraibi.
Purtroppo, l’isola è estremamente turistica (destinazione amatissima anche dai turisti nazionali) e per questo anche piuttosto cara.
Certo, dopo la natura selvaggia delle Filippine, San Andrès con i suoi tour pieni di turisti incoscienti e attenti solo a scattarsi belle foto mi ha fatto a tratti arrabbiare di brutto. Il tour verso le isolette vicine (Johnny Cay, Aquarium ecc.) è di per sé spettacolare, ma ci sono dei punti in cui le isole strabordano di turisti e la gente del posto ti vende servizi scadenti trattandoti pure male. Il solito risultato del turismo irresponsabile.

Ciò detto, l’isola è comunque davvero un paradiso. San Andrès è rinomata per essere l’isola con il mare dai sette colori. Ed è davvero così! Osservando il mare spingendosi fino all'orizzonte si possono veramente vedere tantissime sfumature di azzurro. L’acqua vicino alla riva è talmente cristallina che sembra di stare in una piscina, in altri tratti invece diventa di un azzurro lattiginoso, poi blu e poi verde. Un mare bellissimo, per non parlare delle creature che lo abitano!
Tra gli snorkeling migliori che io abbia mai fatto, nelle acque di San Andrès sono riuscita ad avvistare mante, spadini, pesci fluorescenti di cui non conosco il nome, pesciolini lilla, pesci farfalla, ricci, stelle marine e appena fuori dall’acqua persino iguana e ovviamente una quantità indefinita di granchi.

Dei quattro giorni pieni che abbiamo passato nell’isola, due giorni ha fatto bel tempo e due ha piovuto sempre. È comprensibile, d’altronde l’alta stagione qui è nei mesi di gennaio e febbraio, quindi ci è andata fin troppo bene.
Nei giorni di sole ne abbiamo approfittato per stare tutto il giorno in acqua e nuotare in quei paradisi indescrivibili. Nei giorni di pioggia ci siamo fatti un giro per i negozi del paese e siamo andati a visitare la laguna al centro dell’isola, abitata da caimani e tartarughe. Lì abbiamo anche visto la vera San Andrès, con gli abitanti (al 99% di colore) che vivono in mezzo alla foresta e a contatto con la natura e parlano la loro lingua divertentissima.

A San Andrès, infatti, si parla una lingua creola che loro chiamano appunto “criollo” o, in maniera più esaustiva “inglés criollo sanandresiano”. In pratica, si tratta di un “inglés mal hablado” come dicono loro, ovvero un inglese mal parlato. Prima di diventare parte della Colombia, San Andrès è stata occupata dai britannici. Gli abitanti di San Andrès parlano un inglese stranissimo che è praticamente impossibile da capire, se non per alcune parole (per esempio brother o “wotch ou”, che sta per “watch out”). Ancora più divertente, gli abitanti scrivono come si legge, e in questo sono meglio degli inglesi :) (ad esempio “uan” anziché “one”). Lo spagnolo viene studiato a scuola, ma la maggior parte di loro si trova più a suo agio parlando inglese con i turisti.

Per girare tutta l’isola in motorino ci vuole circa un’ora e 15. Le spiagge con sabbia nell’isola non sono molte. La parte ovest dell’isola ha il mare piatto ed è caratterizzata perlopiù da rocce. Il punto più bello per me è West View, dove ho potuto fare lo snorkeling più soddisfacente. La parte est, invece, è caratterizzata da spiagge perlopiù di sabbia ma il mare è più mosso e meno adatto per lo snorkeling. Le isolette visitabili in un tour di una giornata si trovano su questo lato.

A San Andrès abbiamo ricaricato le batterie (avevamo bisogno di stare fermi per qualche giorno) e da lì siamo venuti a Bogotà.
Non siamo particolarmente amanti delle città, tanto meno dei musei, quindi a Bogotà ce la stiamo prendendo comoda, passeggiando qua e là e preparandoci al grande ritorno.

Sembra ieri quando, a decisione presa, i dubbi tornavano ad assalirmi. Ora qui sto bene, ho i miei cani, la mia famiglia e i miei amici. Come sarà quando tornerò? Riuscirò a sopravvivere alla mancanza dei miei cagnolini?
Ormai penso di aver capito che si tratta di una routine classica della mia testa. Il mio corpo mi chiede qualcosa, il mio spirito amplifica il messaggio, io prendo la decisione e la testa inizia a martellarmi per farmi fare retromarcia.
Grazie al cielo, però, retromarcia non l’ho mai fatta e, piena di timori come al solito, sono partita per l’ennesima avventura, pur sentendo un’energia di tipo diverso rispetto a quando avevo 25 anni ed ero partita per la grande Australia.

Questo viaggio ha sortito l’effetto che doveva, portandomi a depennare, riordinare e ristabilire tutte le priorità della mia vita.
Il contatto con la Natura in questi otto mesi è stato incredibilmente forte. Sono riuscita a meditare tantissimo, a gioire delle piccole cose come non facevo da troppo tempo. Sono riuscita a godere dei frutti del mio duro lavoro. Ho riscoperto il piacere di lavorare in un ristorante o in una fabbrica, di parlare tutte le lingue del mondo. Ho messo da parte le paure che la società occidentale ci vuole inculcare a tutti i costi e ho avuto la giusta dose di pace di cui avevo bisogno per portare avanti quel lavoro chirurgico dentro me stessa che ho iniziato qualche anno fa e che mi rende fiera di quella che sono.

Devo ringraziare me stessa, in primis, per aver creduto nel mio istinto e nei messaggi del mio corpo ed essere partita nonostante tutto e tutti.

Poi devo ringraziare il mio compagno di viaggio, per aver voluto superare con tenacia le sue paure e aver creduto in questo magico progetto.

Ovviamente la mia famiglia, come sempre.

Ma più di tutti devo ringraziare l’energia dell’universo, la mamma Terra e tutte le meravigliose persone che hanno reso grandioso il mio cammino. Si dice che la gente è lo specchio su cui possiamo rifletterci e io in questi mesi mi sono vista riflessa in pescatori filippini, guerrieri Maori, contadine boliviane, abitanti della giungla, ambasciatori viventi della cultura Inca, discendenti degli schiavi, donne e uomini danzanti e in tutti i maestosi animali che ho visto e toccato.

La verità è che mi sono serviti sette paesi e otto mesi di vita in tenda e ostelli per ricordarmi di quanto siamo piccoli e insignificanti (e anche di quanto siamo crudeli noi umani).
La Natura si autoregola in modo così perfetto da lasciarmi ogni volta di stucco. E dove c’è silenzio e grandezza, io trovo la pace.

L’amore che provo per la vita non è descrivibile a parole.


Sto tornando Amici e stavolta lo dico per davvero!

A fra pochissimo,


Marta

211 Views
Marta Volpi

Attratta dalle lingue straniere sin da piccola, la sua passione si concretizza all’età di 15 anni, quando compie il suo primo viaggio di tre mesi a Berlino, in una famiglia e in un contesto dove parlerà soltanto tedesco. Seguono continui viaggi di diversi mesi in Germania, che dureranno per tutta la carriera scolastica, universitaria e oltre, con esperienze a Berlino, Würzburg e Heidelberg. Sul fronte della lingua inglese, esperienze lavorative a Bristol (Inghilterra, tre mesi) e in Australia (Perth, Melbourne, otto mesi).

  • P. IVA: 03449380546
  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Modulo contatti

  Mail is not sent.   Your email has been sent.
Top
We use cookies to improve our website. By continuing to use this website, you are giving consent to cookies being used. Cookie policy. I accept cookies from this site. Agree